domenica 9 dicembre 2007

Pierangelo Bertoli: a muso duro

Pierangelo Bertoli nato a Sassuolo (MO) il 5 novembre 1942 e morto a Modena il 7 ottobre 2002 è stato un cantautore italiano.

Colpito da bambino dalla poliomielite che gli compromise per sempre l'uso delle gambe, costringendolo a vivere e a muoversi su una sedia a rotelle, aveva esordito discograficamente nel 1976 con il 33 giri "Eppure soffia". Il 1977 lo vede pubblicare "Il centro del fiume" e l'anno successivo un disco di canzoni in dialetto, "S'at ven in ment". Con a "muso duro", nel 1979, Bertoli realizza il suo primo manifesto poetico, ma è "Certi momenti", nel 1981, a portarlo in classifica, grazie anche al successo radiofonico di "Pescatore", un brano cantato in duetto con Fiorella Mannoia.

Nel 1986 celebrò i dieci anni di carriera con "Studio & Live", un doppio album antologico registrato per metà in studio e per metà in concerto. Nel 1987 nasce il progetto dell'album "Canzoni d'autore" un omaggio a cantautori vecchi e nuovi della scena italiana. "Tra me e me", nel 1988, e "Sedia elettrica", nel 1989, chiudono simbolicamente un periodo artistico, insieme allo spot televisivo "Lega per l'emancipazione dell'handicappato", a cui Bertoli partecipa come attore, che vince il Telegatto di Tv Sorrisi e Canzoni.

Il 1990 lo vede pubblicare l'album "Oracoli", che costituisce a suo modo un momento di partenza, e il cui singolo "Chiama piano", è cantato in duetto con Fabio Concato. Il 1991 si apre per Bertoli con una decisione coraggiosa: quella di prendere parte al Festival di Sanremo (vi è poi tornato anche nel 1992), una manifestazione per molti versi lontanissima dalla linea ideologica ed artistica che ha sempre guidato l'attività del cantautore, contrario alla progressiva esaltazione degli aspetti edonistici che la musica commerciale andava sempre più assumendo.

In quell'occasione, invece, l'obiettivo di Bertoli era ben preciso: far conoscere dal palcoscenico più popolare della canzone italiana un brano inusuale e suggestivo, "Spunta la luna dal monte", presentandolo insieme al gruppo sardo dei Tazenda, in un'ottica di recupero delle tradizioni folcloristiche ed etniche in un momento in cui questo tipo di discorso artistico non era ancora diventato banalmente di moda.

Quasi a sorpresa, arrivano un lusinghiero piazzamento nella classifica finale e il grande successo di classifica. "Spunta la luna dal monte" intitola poi un album che raccoglie il meglio della produzione recente del musicista di Sassuolo e che è uno degli album più venduti della musica italiana, tanto da ricevere il disco di platino.

Tra gli altri suoi successi "Sera di Gallipoli" e "Per dirti t'amo" (1976), "Maddalena" (1984) e "Una strada" (1989).
Il cantante e autore aveva contribuito anche al lancio del conterraneo Luciano Ligabue.

Tra le canzoni più famose e più belle si ricordano: "Eppure soffia", uno tra i primi esempi di canzone attenta ai temi dell'ecologismo, "Certi momenti", in cui Bertoli si schiera manifestamente perché le donne abbiano la possibilità di abortire, "Il centro del fiume", un metaforico e poetico confronto fra la generazione impegnata e quella successiva, oltre alle già citate "A muso duro", una riflessione in chiave autobiografica sul ruolo civile del cantautore, e "Filastrocca a motore".

Lo stile di Bertoli si contraddistingue per la sua immediatezza, nonché per i mai banali echi poetici che fanno della sua opera un esempio limpido della bontà della prima canzone d'autore italiana che ha ospitato artisti come Fabrizio De André, Francesco Guccini, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Francesco De Gregori.

Molte volte nelle canzoni canta contro la guerra o a favore dei più deboli. Nonostante gli spunti politici di molti testi, l'impegno di Bertoli si svolse principalmente sul piano civile.

Bertoli ha inoltre cantato molte canzoni in dialetto sassolese, prima raccogliendole in un CD (Sat vein in meint) e poi in altri album. Con tale operazione ha dimostrato coraggio, dato che questo dialetto risulta incomprensibile già a venti chilometri di distanza dal paese natale del cantautore e conta, quindi, un numero minimo di parlanti. Eppure, proprio in canzoni come "Prega Crest" (Prega nostro signore),"La bala" (dove "bala" significa, con doppio senso, sia "bugia" sia "ubriacatura"), è possibile cogliere in Bertoli una voce genuina della sua terra, "dura e pura" come si suol dire del popolo emiliano.

Poco prima di morire, Pierangelo Bertoli era ricoverato nel Policlinico della sua città, dove si era sottoposto ad un periodo di cure. Sposato con la moglie Bruna, una donna straordinaria che lo ha sempre sostenuto e guidato, ha avuto tre figli, Emiliano, Petra (alla cui nascita Bertoli aveva dedicato una canzone col suo nome) e Alberto, anche lui cantante.

Molto legato alla sua terra (il fratello gestisce un famoso ristorante a Sestola, sull'Appennino) era spesso impegnato in iniziative di solidarietà e beneficenza (aveva cantato anche per i detenuti del carcere di Sant'Anna a Modena e nella città estense nel giugno precedente aveva partecipato al Festival della canzone dialettale esibendosi in diversi brani in modenese.). Tra i suoi amici più cari c'era padre Sebastiano Bernardini, il cappuccino vicino alla Nazionale cantanti.

L'ultimo album, 301 guerre fa (composto da inediti e vecchie canzoni), è uscito poco prima della morte, mentre canzoni, scritte con la collaborazione del figlio (ma anche di Ligabue), non furono mai incise da Bertoli, nonostante fossero pronte, a causa della malattia del cantautore e della sua scomparsa.

Il 28 aprile 2006, a cura di Alberto, è uscita una raccolta, "Parole di rabbia", pensieri d'amore con un inedito," Adesso" (registrato nel 1990), ma pare che l'artista emiliano abbia lasciato altre canzoni incise precedentemente e mai pubblicate.

« Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro »

giovedì 6 dicembre 2007

Siamo scimpanzé cannibali

Da un articolo di Jane Goodall (etologa e antropologa britannica)

"Quando cominciai le mie ricerche sugli scimpanzé nel 1960, non avrei mai immaginato che 40 anni dopo sarebbero ancora continuate in modo tanto impetuoso. E invece gli studi al «Gombe National Park» proseguono ininterrotti, oggi con un team di scienziati e di assistenti, perlopiù tanzaniani. E proprio grazie a questo tipo di ricerche di lungo termine ora sappiamo che gli scimpanzé sono molto simili a noi, sia dal punto di vista biologico sia comportamentale.

Gli scimpanzé possono vivere per oltre 60 anni in cattività, sebbene allo stato selvaggio non superino i 45-50. Dimostrano una prolungata dipendenza dalla madre, poppando al seno, dormendo nelle sue braccia e giocando sulla sua schiena fino all’età di cinque anni. Si sviluppano legami forti, intensamente affettivi, tra i membri della stessa famiglia e durano tutta la vita.

L’anatomia del cervello dello scimpanzé e dell’essere umano è simile e gli scimpanzé dimostrano capacità intellettuali che un tempo si pensava fossero una nostra prerogativa. Dimostrano, inoltre, emozioni simili o identiche a quelle che definiamo felicità, tristezza, paura, dolore. Gli scimpanzé, poi, sono anche capaci di comportamenti altruistici. Un esempio toccante è la storia di Mel, che ha perso la madre quando aveva tre anni e non aveva fratelli o sorelle che potessero prendersi cura di lei. Incredibilmente, un maschio adolescente della comunità, Spindle, l’ha «adottata». Spindle portava a spasso Mel, condivideva con lei il suo cibo e la riportava al nido ogni sera. Fatto ancora più incredibile, proteggeva Mel dai maschi più anziani, rischiando anche di essere preso a botte, cosa che in effetti è successa.

E come gli esseri umani sono capaci delle peggiori brutalità così lo sono gli scimpanzé. Abbiamo assistito ad attacchi di tipo cannibalistico contro alcuni piccoli e sappiamo che gli scimpanzé praticano anche una sorta di guerra primitiva. Dal 1974 al 1977, a Gombe, gli esemplari di una comunità hanno sistematicamente ucciso quelli di un gruppo ribelle, in una serie di attacchi brutali che duravano tra 10 e 20 minuti. Le vittime erano individui con cui gli aggressori avevano giocato fino a poco tempo prima e che a volte avevano anche nutrito.

La differenza più evidente tra gli scimpanzé e gli esseri umani - secondo me - è che noi siamo le uniche creature che hanno sviluppato un linguaggio parlato altamente sofisticato. Gli scimpanzé non possono, per quello che sappiamo, dirsi l’un l’altro cose che sono accadute in un lontano passato, elaborare progetti per un futuro distante o, ancora, insegnarsi cose che non appartengono al presente.

Il nostro linguaggio (e la nostra mente) ci ha dato il potere di dominare le altre specie e di sottomettere la natura. E tuttavia non usiamo queste doti in modo saggio. Stiamo distruggendo il pianeta e molti animali - compresi gli scimpanzé - sono sull’orlo dell’estinzione. Un secolo fa, in Africa, erano circa 2 milioni. Oggi si stima che siano tra 184.300 e 221.600. In parte il declino è dovuto alla distruzione del loro habitat. Ma la minaccia maggiore è il «bushmeat trade», la caccia a fini commerciali per la vendita della carne.

Per centinaia di anni le popolazioni locali hanno vissuto in armonia con il mondo della foresta, uccidendo solo gli animali necessari per nutrire i villaggi. Ora, però, la caccia non è più sostenibile. Negli Anni 80 le società che sfruttano il legname hanno aperto vaste aree vergini delle foreste pluviali, consentendo ai cacciatori di penetrarvi e di colpire qualsiasi specie, dagli elefanti agli scimpanzé, fino alle antilopi, agli uccelli e ai rettili. La carne viene macellata e arrostita e portata nei mercati. Lì l’élite urbana è disposta a pagare molto, più che per un pollo o una capra. E’ una questione culturale. I cacciatori, inoltre, vengono pagati per procurare cibo ai tagliatori di legna. Queste attività commerciali impoveriscono la foresta e minacciano il futuro delle stesse comunità indigene.

Il «Jane Goodall Institute» è una delle Ong che fanno parte del «Congo Basin Forest Partnership»: grazie ai fondi del dipartimento di Stato Usa e dell’Ue cerca di bloccare il commercio della carne. Lavoriamo con altre Ong, con rappresentanti governativi, con agenzie internazionali e con il settore privato, comprese le società estrattive e quelle del legname. Tentiamo di educare e coinvolgere le popolazioni locali.

Se questi sforzi non andranno a buon fine, le grandi scimmie del bacino del Congo potrebbero estinguersi entro 15 anni. E se non avremo successo, quasi tutti gli straordinari animali dell’area scompariranno e la foresta si svuoterà. Non possiamo permetterci che accada. Sempre più persone hanno capito che le scimmie sono in pericolo e vogliono dare un aiuto. Il «Jane Goodall Institute» ha un network di sostenitori convinti, che vogliono lasciare un’eredità positiva ai figli e ai nipoti. Noi immaginiamo un futuro in cui le grandi scimmie vivano in pace, nel loro mondo intatto, senza la minaccia di estinzioni di massa. Sono convinta che si possa costruire un futuro del genere, ma solo se ciascuno di noi farà la propria parte, generando consapevolezza, diffondendo allarmi, sostenendo i gruppi che lavorano per le scimmie. Non c’è tempo da perdere."

giovedì 29 novembre 2007

Aiutiamo Diego!

Diego è un neonato nato prematuro.

La data presunta del parto era il 4 novembre, ma purtroppo la madre ha avuto una seria minaccia di aborto il 21 giugno.

Angela è stata immediatamente ricoverata, il parto era praticamente iniziato, è stata sottoposta a tutte le cure del caso, per fermare le contrazioni e tentare di salvare il bambino.

Dopo circa un mese di immobilità in ospedale non si è potuto più far niente per evitare la nascita del bimbo.

Diego è nato il 22 luglio 2007, dopo sole circa 26 settimane di gestazione.

Alla nascita pesava 660 gr. ed è stato sottoposto immediatamente a terapia intensiva; Diego non poteva respirare da solo nè alimentarsi e le speranze di vita erano poche.

Nelle settimane successive ha dovuto affrontare una serie infinita di problemi, tra cui una crisi respiratoria gravissima (era stato dato per spacciato), un intervento al cuore, due agli occhi, oltre ad una serie infinita di esami, cure, trattamenti di ogni tipo.

Purtroppo l'ossigeno che lo ha salvato dalla crisi respiratoria ha anche causato seri danni.

Finalmente ora Diego sta meglio, si alimenta e respira da solo e pesa quasi due kg.

Il problema ora non è salvargli la vita, ma salvare la qualità della sua vita.

Diego rischia la cecità .

Ai genitori è stata prospettata un'unica speranza: un intervento chirurgico d'avanguardia, attualmente possibile solo negli Stati Uniti, da effettuare assolutamente entro al massimo un mese, prima che la situazione diventi irreversibile.

Angela, la madre, è impegnata giorno e notte nell'accudire il piccolo, ancora più bisognoso dei neonati a termine, ed il padre, Daniele, sta facendo tutto il possibile per l'organizzazione del viaggio a Detroit, le pratiche sanitarie, i passaporti, i documenti, i contatti con il personale medico dell'ospedale di Ferrara che ha seguito Diego fino ad oggi, ecc.

Non sarà facile e soprattutto c'è poco tempo!

Stiamo cercando ora di aiutare i genitori del piccolo Diego a trovare i soldi necessari all'intervento.

La cifra esatta la sapremo tra qualche giorno, ma pare che si aggirerà intorno a 60.000,00 Euro.

E' stato aperto un conto corrente postale per permettere a chi lo voglia di fare una donazione di qualunque importo.

Il numero di conto corrente postale per qualsiasi donazione e': 85721371 da intestare a Daniele Spoglianti (il papa') oppure Angela Mengozzi (la mamma).

Vi ho raccontato la storia di Diego.Vi ringrazio di cuore per l'attenzione e per un eventuale donazione.

Di seguito i riferimenti dei genitori qualora vi servissero.

Angela e Daniele Spoglianti
Via Ripa, 148025 Riolo Terme (Ravenna)

martedì 27 novembre 2007

Un ex bambino-soldato nominato Ambasciatore UNICEF

In occasione del 18° anniversario dell'adozione della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia, lo scrittore ed ex bambino-soldato Ishmael Beah è stato nominato Youth Ambassador UNICEF per i bambini colpiti dalla guerra.
La nomina è arrivata dal Direttore generale dell'UNICEF, Ann Veneman, durante una cerimonia alla sede centrale dell'UNICEF di New York.

«Ishmael Beah parla a nome dei bambini e adolescenti che, in tutto il mondo, sono rimasti vittime durante la loro infanzia di violenze, privazioni, e altre violazioni dei loro diritti» ha detto Ann Veneman. «Ishmael rappresenta un eloquente simbolo di speranza per le giovani vittime di violenze, oltre che per coloro che lavorano per smobilitare e reinserire i bambini coinvolti nei conflitti armati.»

«Come bambino soldato, i tuoi diritti sono costantemente violati» racconta Beah, che è stato reclutato con la forza nella suo paese d'origine, la Sierra Leone, quando aveva soli 13 anni.

Due anni dopo, l'UNICEF negoziò con i signori della guerra il rilascio di Beah e di altri piccoli combattenti, inserendolo in un programma di riabilitazione. Alla fine, Beah riuscì a raggiungere New York e terminare gli studi.

Il suo diario d'infanzia, "A Long Way Gone", è diventato un best-seller internazionale e attraverso il libro, conferenze e dibattiti, ha fornito al mondo intero una migliore conoscenza della vita di un bambino soldato.

«Per molti osservatori, un bambino che non ha conosciuto altro che la guerra, un bambino per cui il kalashnikov è stato l'unico modo per sopravvivere e la giungla la migliore comunità che lo abbia accolto, è un bambino perso per sempre per la pace e lo sviluppo. Io contesto questa visione» ha affermato Beah. «Per il bene di questi bambini è essenziale dimostrare che un'altra vita è possibile.»

La nomina di Ishmael Beah coincide con il 18° anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia, un trattato internazionale creato per prevenire sofferenze come quelle che Beah ha subito.

Oggi è anche il giorno in cui la prima generazione di bambini nati dopo l'adozione della Convenzione ha raggiunto la maggiore età.

La Convenzione, approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU e aperta alla firma e ratifica degli Stati membri il 20 novembre 1989, stabilisce le regole fondamentali per una vita migliore per tutti i bambini, ed è l'accordo sui diritti umani più ratificato al mondo.

I diritti che la Convenzione sancisce includono il diritto alla sopravvivenza, il diritto a essere protetti da influenze dannose, da abusi e sfruttamento, e il diritto a partecipare pienamente alla vita familiare, culturale e sociale.

La Convenzione è diventata una misura universalmente accettata della responsabilità globale in tema di infanzia e uno strumento efficace per promuovere condizioni e circostanze che favoriscano la sopravvivenza e lo sviluppo dei bambini.


domenica 25 novembre 2007

Tutto casa e Chiesa

Barricata nel suo appartamento di via Giulia, dietro Campo de Fiori nel cuore di Roma, Nancy l’ha scampata ancora. L’ufficiale giudiziario che le ha notificato l’ennesimo avviso di sfratto è arrivato da solo, senza la forza pubblica. Le è andata bene. Stasera avrà un tetto sotto il quale dormire. Domani, chissà.
Nancy Elseberg è americana, ha 72 anni e una vita da cantante lirica alle spalle. Da oltre 40 anni vive a Roma, in un piccolo appartamento preso in affitto dal Pontificio Collegio Armeno, proprietario dell’intero stabile di via Giulia. In 40 anni Nancy non ha mai sgarrato. Ogni mese ha versato la somma dovuta. I preti armeni la sfrattano non per morosità, ma per finita locazione. Un appartamento al centro di Roma infatti è un tesoro inestimabile. Vale molto di più dell’affitto pagato ogni mese da Nancy. Per questo i porporati intendono cacciarla. Si chiama speculazione immobiliare.

Solo che stavolta a speculare non è un “palazzinaro” qualsiasi, bensì un ordine religioso che gode, come tutti gli enti ecclesiastici, dello sconto del 50% sull’Ires, la tassa sui redditi degli affitti. Nello stabile di via Giulia Nancy non è l’unica sotto sfratto. Uno degli inquilini, stremato dalle pressioni dei porporati, si è già trasferito. Non ne poteva più dell’incubo dello sfratto. L’unico a non avere problemi coi preti armeni è Roberto Sciò, titolare dell’albergo “Il Pellicano” a Porto Ercole. Singolare coincidenza: due appartamenti al piano terra, dopo anni lasciati sfitti, sono passati da poco all’Hotel “St. George”, a due passi dallo stabile di via Giulia. Una raffica di sfratti vaticani si sta abbattendo sulla capitale. A Roma Santa Sede ed enti ecclesiastici possiedono un palazzo su quattro. Chiese e luoghi di culto, certo. Ma anche alberghi, case d’accoglienza e appartamenti in affitto.

Il valzer degli sfratti è iniziato nel 2000 con la fine dell’equo canone. Oggi nella Capitale sono circa 35.000 le persone che rischiano la casa. Nel 2006 sono stati eseguiti circa 6000 sfratti. Non tutti, ovviamente, riguardano appartamenti del Vaticano. Il 15 ottobre, scaduto il decreto blocca sfratti, è tornato l’incubo. A Nancy è andata bene. Domani tocca a Nadia, invalida, sfidare la roulette russa dello sfratto. Lei vive col marito in un appartamento a ridosso del Colosseo. Il proprietario dell’immobile è il Collegio Maronita “Beata Maria Vergine”. Per cacciare Nadia i Maroniti hanno chiesto l’uso della forza pubblica. Giusto per illustrare che cosa s’intende per carità cristiana.


(Paolo Dimalio)

lunedì 19 novembre 2007

Muhammad Yunus

Muhammad Yunus (in lingua bengalese: Muhammod Iunus) è nato a Chittagong, il 28 giugno 1940. E' un economista e banchiere bengalese.
È ideatore e realizzatore del microcredito, ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali. Per i suoi sforzi in questo campo ha vinto il premio Nobel per la Pace 2006. Yunus è anche il fondatore della Grameen Bank, di cui è direttore dal 1983.

Yunus consegue la Laurea in Economia presso l’Università di Chittagong (Bangladesh) e in seguito il Dottorato di Ricerca in Economia presso l'Università Vanderbilt di Nashville (Tennessee, U.S.A.) nel 1969. È stato professore di Economia presso la Middle Tennessee State University, U.S.A., dal 1969 al 1972, quindi direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Chittagong (Bangladesh) dal 1972 al 1989.

Verso la metà del 1974 il Bangladesh fu colpito da una violenta inondazione, a cui seguì una grave carestia che causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Il paese è periodicamente devastato da calamità naturali e presenta una povertà strutturale in cui il 40% della popolazione non arriva a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri. Fu in quest'occasione che Yunus si rese conto di quanto le teorie economiche che egli insegnava fossero lontane dalla realtà. Decise, dunque, di uscire nelle strade per analizzare l’economia di un villaggio rurale nel suo svolgersi quotidiano. La conclusione che egli trasse dall'analisi fu la consapevolezza che la povertà non fosse dovuta all'ignoranza o alla pigrizia delle persone, bensì al carente sostegno da parte delle strutture finanziare del paese. Fu così che Yunus decise di mettere la scienza economica al servizio della lottà alla povertà, inventando il microcredito.

Il suo primo prestito fu di solo 27 dollari USA, che prestò ad un gruppo di donne del villaggio di Jobra (vicino all'Università di Chittagong), che producevano mobili in bambù. Esse erano costrette a vendere i prodotti del loro lavoro a coloro dai quali avevano preso in prestito le materie prime ad un prezzo da essi stabilito. Questo riduceva drasticamente il margine di guadagno di queste donne e le condannava di fatto alla povertà. D'altra parte, le banche tradizionali non erano (e non sono) interessate al finanziamento di progetti tanto piccoli che offrivano basse possibilità di profitto a fronte di rischi elevati. Soprattutto le banche non avevano alcuna intenzione di concedere prestiti a donne, tanto più se non potevano offrire garanzie.

Yunus e i suoi collaboratori cominciarono a battere a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per attuare iniziative imprenditoriali. Tale intervento ha avviato un circolo virtuoso, con ricadute sull'emancipazione femminile, avendo Yunus fatto leva sulle donne affinché fondassero cooperative che coinvolgessero ampi strati della popolazione.

Il "sistema Yunus" ha provocato un cambiamento di mentalità anche all'interno della Banca Mondiale, che ha cominciato ad avviare progetti simili a quelli della Grameen. Il microcredito è diventato così uno degli strumenti di finanziamento utilizzati in tutto il mondo per promuovere lo sviluppo economico e sociale, diffuso in oltre 100 Stati, dagli Stati Uniti all'Uganda. "In Bangladesh, dove non funziona nulla - disse una volta Yunus - il microcredito funziona come un orologio svizzero".

Nel 1976 Yunus fondò la Grameen Bank, prima banca al mondo ad effettuare prestiti ai più poveri tra i poveri basandosi non già sulla solvibilità, bensì sulla fiducia.
Da allora, la Grameen Bank ha erogato più di 5 miliardi di dollari ad oltre 5 milioni di richiedenti. Per garantirne il rimborso, la banca si serve di gruppi di solidarietà, piccoli gruppi informali destinatari del finanziamento, i cui membri si sostengono vicendevolmente negli sforzi di avanzamento economico individuale ed hanno la responsabilità solidale per il rimborso del prestito.

Con il passare del tempo la Grameen Bank ha realizzato soluzioni diversificate per il finanziamento delle piccole imprese. Oltre al microcredito, la banca offre mutui per la casa e per la realizzazione di moderni sistemi di irrigazione e di pesca, nonché servizi di consulenza nella gestione dei capitali di rischio e, alla stregua di ogni altra banca, di gestione dei risparmi.

Il successo della Grameen ha ispirato numerosi altri esperimenti del genere nei paesi in via di sviluppo e in numerose economie avanzate. Il modello del microcredito ideato dalla Grameen è stato applicato in oltre 20 Paesi in Via di Sviluppo: molti di questi progetti, come avviene per la Grameen stessa, sono imperniati soprattutto intorno al finanziamento di imprese femminili. Più del 90% dei prestiti della Grameen è infatti destinato alle donne: tale politica è motivata dall'idea che i profitti realizzati dalle donne siano più frequentemente destinati al sostentamento delle famiglie.

"One day our grandchildren will go to museums to see what poverty was like"

domenica 18 novembre 2007

Torino - 16.11.2007 - La brutta avventura in Italia di una rumena particolare

Laura Vasiliu è una giovane attrice rumena che ha colpito la critica internazionale con la sua interpretazione di “Gabita” nel film “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, del regista rumeno Cristian Mungiu, Palma D’Oro al Festival di Cannes 2007. Per aver dato vita a una fragile e innocente ragazza incinta e costretta ad abortire al tempo di Ceausescu è stata senz’altro apprezzata dal mondo cinematografico internazionale, visto che attualmente si trova a Torino per girare un film di produzione italiana.

Laura, sostenendo che la sua partecipazione al Festival di Cannes è stata un’esperienza incredibilmente felice per l’accoglienza del pubblico, non rappresenta assolutamente la classica stella cinematografica che si monta la testa dopo il primo successo al box-office. Anche questo fa capire perché la giovane attrice non vuole divulgare un brutto evento accaduto mercoledì, nel buio della notte.
L’attrice, che da tre settimane sta girando un film italiano sulla vita di un’immigrata rumena, la cui uscita nelle sale italiane è prevista per l’anno prossimo, alloggiava in un noto albergo torinese. Intorno alle 2 della notte del 14 novembre, l’attrice è stata violentemente svegliata da un gruppo di carabinieri torinesi che, dopo aver sfondato la porta della camera d’albergo, hanno iniziato a perquisire la stanza in cerca di prove che sostenessero la sua cattura, in quanto ritenuta pericolosa trafficante di minorenni, il tutto per colpa di una semplice somiglianza di cognome. I carabinieri si sono accorti dell’errore solo dopo aver perquisito la stanza, mentre stavano procedendo all’arresto dell’attrice. Solo la testimonianza telefonica dei rappresentanti della casa produttrice del film è riuscita a convincere i carabinieri a verificare ulteriormente l’identità dell’attrice, nonostante avesse contattato la reception dell’albergo, nella speranza, vana, che potessero testimoniare la sua reale identità.

Il Consolato rumeno di Torino ha registrato la brutalità dell’intervento dei carabinieri e ha deciso di avviare un’inchiesta interna, mentre l’attrice ha provveduto a cambiare albergo, continuando le riprese del film. L’attrice non desidera che si crei un altro caso mediatico, rinunciando anche a presentare denuncia contro la caserma dei carabinieri coinvolta nell’incidente. La madre della donna si lamenta dicendo di aver avvertito la figlia di non parlare in rumeno, data l’isteria generale che affiora in seguito agli ultimi fatti di cronaca che coinvolgono cittadini rumeni.
Per fortuna, stavolta c’era la casa di produzione a garantire l’integrità della donna e il Console rumeno a proteggere i suoi interessi, perché era un’attrice nota, almeno al Consolato. Ma cosa sarebbe successo se fosse stato un semplice lavoratore senza rapporti con il consolato e senza conoscenze “importanti” che facessero da garanzia? Il problema di fondo non è il fatto che i carabinieri abbiano agito sul sospetto di una trafficante di minori, ma il modo nel quale hanno scelto di condurre l’operazione, e soprattutto la serietà delle indagini, della ricerca e delle verifiche svolte prima dell’arresto.
Purtroppo notizie come questa sommergono la stampa rumena, creando timore e avversione verso gli italiani e cementando la percezione di xenofobia violenta degli italiani, visti sempre pronti a farsi giustizia anche dove non ce n'è bisogno. Speriamo che questi casi non diventino un portabandiera per rappresaglie in nome di una giustizia sbagliata intenta a ristabilire un falso equilibrio.


(Andreea Mihai)