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mercoledì 10 ottobre 2007

Tina Merlin: una donna, una voce Libera

Tina Merlin è nata a Trichiana, il 19 agosto 1926 ed è morta a Belluno, il 22 dicembre 1991, è stata una giornalista e scrittrice italiana.
Partigiana in occasione della lotta di resistenza italiana, Tina Merlin cominciò scrivendo racconti pubblicati da Noi Donne. È stata giornalista del quotidiano l'Unità a Belluno, Milano, Vicenza e Venezia dal 1951 al 1982.

Tina Merlin viene ricordata, più che per la sua, pur ricca, produzione letteraria, per la sua caparbietà e ostinazione, che la aiutarono a mettere in luce la verità sulla costruzione della diga del Vajont. Dando voce alle denunce degli abitanti di Erto e Casso, Tina Merlin riuscì a denunciare i pericoli che avrebbero corso i due paesi se la diga fosse stata effettivamente messa in funzione. Inascoltata, per i suoi articoli la giornalista fu addirittura denunciata per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico", processata e successivamente assolta dal Tribunale di Milano.

In seguito alla Strage del Vajont, consumata il 9 ottobre 1963, la Merlin tentò di pubblicare un libro sulla vicenda, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe, che tuttavia trovò un editore solo nel 1983. In seguito collaborò con diverse riviste italiane. Morì il 22 dicembre 1991 dopo un anno di malattia; nel 1992 è stata fondata l'Associazione Culturale a lei intitolata. Postumo uscì, grazie anche a Mario Rigoni Stern, il libro autobiografico La casa sulla Marteniga.


"Non mi ricordo esattamente quando ho cominciato ad occuparmi del Vajont. Probabilmente quando sono cominciati gli espropri da parte della Sade. Era il mio lavoro normale di tutti i giorni. I proprietari, tutti piccoli coltivatori che dal loro pezzetto di terra ricavavano un aiuto in natura che serviva ad integrare il loro magro bilancio, si rifiutavano di cedere al monopolio, a un prezzo irrisorio, la loro terra. Era terra ricavata molte volte dai pendii e bonificata con il lavoro di generazioni. Rappresentava un valore materiale e affettivo insieme. Ogni lotta dei montanari contro il monopolio elettrico cominciava da qui. Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui. (...) Dopo la Liberazione la Sade costruì in provincia di Belluno diversi bacini idroelettrici: a Pieve di Cadore, ad Arsié, a Forno di Zoldo e nella Valle del Mis. Per ogni impianto mi era capitato di scrivere qualcosa contro la Sade. I soprusi, le prepotenze della società elettrica erano, come si dice, il pane quotidiano di ogni giornalista che avesse voluto parlare di ciò che stava a cuore dei montanari di queste vallate. I primi pezzi su Erto e sul Vajont li ho scritti per raccontare come venivano portati avanti gli espropri. La Sade ricattava i contadini: o accettare le cifre stabilite dal monopolio oppure subire gli espropri di autorità; il denaro intanto veniva versato in banca all'intestatario catastale del terreno che magari era morto o espatriato. Chi in effetti lavorava il pezzo di terra espropriato rischiava di non aver mai in mano quei soldi o di ottenerli dopo pratiche che sarebbero durate degli anni e a prezzo di spese non indifferenti. In queste condizioni i contadini, uno dopo l'altro, hanno ceduto. In seguito sorse un altro problema. Alcune frazioni di Erto venivano tagliate fuori dal centro, con l'invaso. Esse erano collegate al capoluogo da sentieri che attraversavano la valle. I contadini li percorrevano come scoiattoli. Molti ertani possedevano i terreni sull'opposto versante. Come si sarebbero trovati dopo la realizzazione del lago? Chiesero una passerella che collegasse i due versanti. In un primo tempo la Sade disse che l'avrebbe costruita. Poi, attraverso le leve di potere che possedeva, si fece dare un'altra concessione dal ministero che la esonerava dal costruire una passerella. Al suo posto avrebbe fatto una strada di circonvallazione. Per gli ertani significava un lungo e accidentato percorso, soprattutto d'inverno: per i bambini delle frazioni che dovevano recarsi a scuola al capoluogo; per le vecchie, che all'alba andavano a messa; per i contadini che dovevano percorrere oltre tre chilometri per lavorare i loro terreni. E poi c'era il pericolo di frane in una zona dove queste cadevano in continuazione nei mesi del disgelo (...). L'amministrazione comunale di Erto inoltrò un pro-memoria all'ufficio del Genio Civile di Belluno perché il ministero dei Lavori pubblici fosse informato. Non ottenne nulla e la Sade cominciò a costruire la strada (...). I valligiani erano esasperati. Un mattino gli operai dell'impresa vennero affrontati da un contadino che brandiva un'accetta: "Se fate ancora un passo avanti la uso", disse. Chi l'aveva ridotto alla disperazione? (...) Nel frattempo nel bacino di Forno di Zoldo franò un grosso lembo di montagna. La popolazione di Erto si allarmò. Se a Forno aveva fatto precipitare la montagna cosa sarebbe accaduto del loro paese che poggiava tutto su terra argillosa? Queste cose i contadini le sapevano da sempre, ma vollero interrogare i famosi geologi. E il parere dei tecnici e degli scienziati confermò le loro paure: era pura follia costruire un bacino sul luogo. Le perizie geologiche diedero esca a nuove polemiche e le proteste si fecero più vivaci.
Si arrivò a costituire un "Consorzio per la difesa della valle ertana" al quale aderirono 136 capi famiglia. In quella occasione scrissi l'articolo per il quale mi processarono. Raccontai quanto avevano detto i montanari all'assemblea costitutiva del Consorzio. Avevo commesso il "reato" di registrare i fatti e un vice brigadiere dei carabinieri mi accusò di aver diffuso "notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico". Fossi veramente riuscita a turbarlo l'ordine della Sade, oggi non saremmo qui a piangere i nostri morti e a maledire i responsabili! (...) Tra la denuncia e il processo scrissi altri pezzi. E furono probabilmente quelli che contribuirono a farmi assolvere. Nel frattempo infatti, sul monte Toc si erano prodotte fenditure e successivamente una frana era precipitata giù dalla montagna. Parlai del pericolo di nuovi smottamenti e crolli, parlai di una massa di 50 milioni di metri cubi che minacciava di piombare a valle. E sbagliai solo per difetto. Venne il giorno del processo. I montanari di Erto si presentarono davanti ai giudici di Milano in qualità di testi. "Qui ci sono le prove. Se non ci credete venite voi stessi a vedere. Signori giudici, fate qualcosa perché non succeda il peggio". (...) Il Tribunale fece il possibile. Sentenziò che i fatti denunciati erano veri, che il pericolo c'era. Ma chi considerava un articolo sull'Unità più pericoloso di una frana grossa come una montagna restò inerte. Chi doveva trarre le conseguenze della sentenza non mosse un dito, anzi autorizzò la Sade a costruire la diga mortale. Ora che l'irreparabile è accaduto, c'è ancora chi ha il coraggio di affermare che a Roma nessuno sapeva. Come se la Camera, il Senato, dove le mie, le nostre denunce sono state portate dinanzi ai ministri responsabili non stessero a Roma, ma nella capitale del Tanganika. C'è l'ipocrisia che invoca il silenzio di fronte ai lutti e alle devastazioni, che incolpa di tutto le forze della natura. E c'è chi ci considera soltanto dei giornalisti, più bravi e più coraggiosi degli altri ed è disposto a riconoscere che, sì, qualche straccio di tecnico può essere buttato all'aria purché non si tocchi il sistema, purché non si arrivi alla radice. Non sono nè più brava nè più coraggiosa di tanti miei colleghi. Non volevo certo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la Sade. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore per non esserci riuscita."

martedì 9 ottobre 2007

9 ottobre 1963 ore 22.39: disastro del Vajont

Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia). La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione.
La stima più attendibile è, a tutt'oggi, di 1910 vittime. Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.
Fu aperta un'inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi.
Ora Longarone ed i paesi colpiti sono stati ricostruiti.
La zona in cui si è verificato l'evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da esso si può apprendere.









La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini. La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia. Allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta. Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore. Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale........... si era consumata una tragedia tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare.

Un saluto al signor Rico Mazzucco (superstite di Casso) che, al nostro arrivo a Longarone, ci ha raccontato la sua storia e quella del disastro con i suoi modellini della valle del Vajont che riproducono la zona prima della costruzione della diga, dopo la costruzione con il bacino completato e adesso, a seguito della caduta della frana.

mercoledì 26 settembre 2007

Mauro Corona: il poeta alpinista

Mauro Corona è nato su un carretto, il 9 agosto del 1950.I suoi genitori, Domenico “Mene” Corona e Lucia Filippin detta “Thia”, quell’estate vagabondavano per le valli del Trentino come venditori ambulanti, ed è proprio sulla strada che dal borgo di Piné portava a Trento che Mauro ha visto la luce sul carretto dei genitori.Mauro trascorre quasi sei anni a Piné, ma non ricorda molto di quel periodo. Poi la famiglia decide di riportare lui e il fratello Felice, nato nel 1951, al paese d’origine, Erto, un pugno di case incassato nella valle del torrente Vajont, ultimo baluardo del Friuli occidentale. Trascorre l’infanzia nella Contrada San Rocco, assieme ad altri coetanei ertani. L’amore per la montagna e per l’alpinismo gli entra nel sangue durante le battute di caccia ai camosci al seguito del padre sulle cime che circondano il villaggio.

Appena tredicenne in agosto scala il monte Duranno ed è del 1968, a diciotto anni, la prima via aperta sulla Palazza. La madre abbandona la famiglia pochi mesi dopo la nascita del terzo figlio, Richeto, e passeranno diversi anni prima che faccia ritorno a Erto. Oltre al grande vuoto, da buona lettrice lascia ai figli un patrimonio di libri non indifferente, che Mauro comincia a divorare facendosi compagnia con i personaggi e le storie creati da Tolstoj, Dostoevskyj, Cervantes e altri grandi autori.

Ai nonni resta il compito di tirare su i ragazzi. Dal vecchio Felice, abilissimo intagliatore, Corona apprende sin da bambino i rudimenti della scultura. Ma è l’unico in casa a divertirsi incidendo cucchiai e mestoli di legno con occhi, nasi, volti. Nel frattempo frequenta la scuola elementare fino all’ottava classe a Erto, poi inizia le medie a Longarone. Ma il 9 ottobre 1963 la gigantesca ondata del Vajont spazza letteralmente via la cittadina. Mauro, insieme al fratello Felice, sarà costretto allora a trasferirsi per tre anni nel Collegio Don Bosco di Pordenone. Quando finalmente i due fratelli, terminato il collegio, tornano a Erto, Mauro, da sempre consapevole della sua profonda passione, vorrebbe frequentare la Scuola d’Arte di Ortisei. Per tutta risposta viene iscritto all’Istituto per Geometri Marinoni di Udine, perché era gratuito.

Dopo 2 anni viene ritirato dalla scuola, visto che per ribellione non segue più le lezioni, preferendo leggere Tex in classe.Nemmeno Felice continua gli studi: nel 1968 parte per la Germania con la speranza di di guadagnare qualche soldo impiegandosi in una gelateria. Nemmeno tre mesi dopo annegherà in una piscina di Paderborn, a diciassette anni. Mauro lascia il posto da manovale che aveva trovato a Maniago e va a spaccare massi nella cava di marmo del monte Buscada. Sospende l’attività solamente durante il periodo del servizio militare, a vent’anni. Con i capelli lunghi fino alle spalle, lascia i monti e parte per l’Aquila arruolato negli alpini. Da lì finisce a Tarvisio nella squadra sciatori.
Si congeda con un mese di ritardo, causa trentadue giorni di Cella Punizione Rigore.

Su alla cava con l’inesorabile avanzare del progresso, la vita comincia a cambiare. Poco a poco tutti gli operai abbandonano il campo, alla ricerca di altre strade per sopravvivere. Il lavoro si automatizza, ma il giacimento va avanti ancora per poco. Chiuderà negli anni ottanta. Mauro ci passa ancora le giornate come scalpellino riquadratore quando un fatto inatteso lo convince a tentare la sorte con la scultura. Nei ritagli di tempo e durante i lunghi mesi invernali, non aveva mai smesso di intagliare figurine in legno, camosci, scoiattoli, uccelli e Madonnine. Li teneva nascosti, non mostrandoli a nessuno per pudore e timidezza.

Nel 1975 un distinto signore di Sacile, Renato Gaiotti, passa per caso in via Balbi, davanti al minuscolo covo dove già da qualche anno Mauro abita in beata solitudine, non distante dalla casa dei genitori, nella vecchia Erto. Il foresto nota alcune piccole sculture attraverso i vetri della finestra al pianterreno e decide di comprarle tutte in blocco. Mauro comincia a sperare davvero di poter vivere d’arte e la sua fiducia si rafforza quando, soddisfatto dell’acquisto, poco tempo dopo Gaiotti gli commissiona una Via Crucis da donare alla Chiesa di Sacile. Per quei quattordici pannelli l’uomo lascia sul tavolo di uno sbalordito Corona due milioni, una cifra stratosferica negli anni settanta. Sembra incredibile, eppure è una svolta: oltre a procurarsi tutto il necessario per rendere vivibile la sua tana, Mauro investe il resto dei soldi nell’attrezzatura indispensabile a scolpire e decide di trovarsi un maestro che gli possa insegnare seriamente il mestiere. La scelta ricade su Augusto Murer, il geniale artista di Falcade morto nel 1985. Tra i due nasce una bella amicizia e Murer sarà presente anche alla prima mostra che Mauro organizza a Longarone.Da allora le esposizioni sono seguite numerose e nei luoghi più disparati, fino in Svizzera.

Mauro intanto non trascura certo l’altra sua grande passione, l’arrampicata. Nel 1977 comincia ad attrezzare le falesie del Vajont, che si affacciano sulla zona del disastro, destinate a diventare meta fondamentale dei climbers di tutto il mondo. Chiodeggia un po’ tutte le crode del Friuli, e non solo. Oggi diverse montagne sono punteggiate da vie di scalata che portano la sua firma, dalla semplice palestra di roccia arroccata in posti inaccessibili alle salite di notevole impegno alpinistico. Mauro però non si limita all’Italia, avventurandosi fino in Groenlandia per una spedizione e volando in California a toccare con mano le leggendarie pareti della Yosemite Valley. Quando ne ha voglia, ama anche scribacchiare. Un amico giornalista un giorno decide di pubblicare alcuni dei suoi racconti sul quotidiano “Il Gazzettino”.

E’ da qui che comincia, all’inizio un po’ in sordina, una nuova attività, quella di scrittore, che lo porta alla pubblicazione di sei libri, dal 1997 fino a oggi. Per puro divertimento partecipa alla realizzazione di alcuni documentari sulla sua vita e prende parte ad un film-denuncia sulla catastrofe del Vajont. Durante tutto questo tempo Mauro non trascura gli affetti e riesce anche a crearsi una famiglia, che tuttora vive con lui.A detta di molti è introvabile. Alcuni dubitano persino della sua esistenza. Altri si vantano di essersi addentrati nei misteri della sua bottega-studio, che sembra scavata in un tronco di cirmolo.

Mauro intanto continua ad occuparsi tranquillamente del suo lavoro. Alterna solitari momenti di studio e di scrittura a conferenze, incontri e manifestazioni, continua a realizzare figure lignee ispirandosi alle forme e alle cose che lo colpiscono durante meditabonde passeggiate tra i boschi della Val Vajont. Va a correre in montagna e porta i figli a scalare. Quando cala la sera a volte lo potete incontrare in osteria che sorseggia un buon rosso con gli amici. A volte più di uno.