martedì 13 novembre 2007

4 maggio 1949: un giorno, una storia

Questo giorno rimane alla memoria collettiva come giorno in cui scomparve uno dei motivi di rinascita della nazione Italia : la morte del Grande Torino.

Il Torino era appena andato in Portogallo per disputare un’ amichevole contro lo Sporting Lisbona.
Una partita nata perché il capitano dello Sporting Lisbona era amico di Ventino Mazzola.
Quella partita era la partita di addio al calcio da parte del giocatore portoghese.
Il Torino perde quella partita per 4-3 e Mazzola, pur febbricitante, non volle restare a casa.

Il volo di ritorno appare senza storia.

l’aereo utilizzato per il volo dei giocatori è un FIAT G12.
E’ un trimotore che era nato come aereo da trasporto merci durante gli ultimi mesi prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943. L’armistizio ne blocca la produzione.
Dopo la guerra e soprattutto dopo il trattato di Parigi del 1947 è uno dei pochi aerei che l’Italia può costruire.

Pur essendo un aereo di avanzata costruzione (l’accuratezza aerodinamica delle forme lo fa notare e la gondola del motore centrale ben raccordata con l’aereo) non dispone di radar per il volo cieco.
Questa sarà un grave mancanza che verrà pesantemente scontata.
L’aereo vola.

E’ a Barcellona. Fa uno scalo tecnico.

Allora gli aerei erano un po’ come le navi. Facevano frequentemente scalo per rifornimento e per controlli tecnici.
Sull’aereo non viene trovato nulla.
L’aeromobile riprende il volo.
A bordo si ride e si scherza.

Tutti sanno che ormai non sono lontani da casa.
C’è solo da sorvolare Genova e poi si torna a casa.
Appena l’aereo sorvola Genova, il primo pilota chiede all’aeroporto di Centocelle (l’aeroporto di Torino) sulle condizioni meteo.
Non vi sono buone notizie meteo per il pilota.

Il tempo è brutto. Vento forte e pioggia a raffiche riducono fortemente la visibilità nella zona.

Nonostante queste avverse condizioni meteo il pilota si avvicina alla città.
Cosa succeda ora non lo si sa bene.
Forse l’altimetro guasto, forse un errore di rotta.
L’aereo non è in zona aeroporto.
Ma dall’aeroporto non lo sanno.

Non c’è un radar. Non sanno che il pilota ha voluto cercare l’aeroporto cittadino piuttosto che cambiare aerodromo e trovarne uno più sicuro almeno sotto l’aspetto meteo.

Pochi minuti dopo le 17.
Un lampo squarcia il cielo oscurato di pioggia.
Un boato fa tremare la città.
Sono le 17.05.

Fiamme divampano dalla basilica di Superga che domina la città dall’alto dei suoi 700 metri sopra una collina.
I primi soccorritori trovano i resti delle valige degli atleti, ma ancora non comprendono cosa sia successo.

Poi un borsone sportivo.
Il colore granata li mette in allarme.
La scritta “A.C. TORINO” gela il sangue nelle loro vene.
Quegli oggetti, quelle valige appartengono a giocatori che sono a loro familiari.
Sono i giocatori della loro città.
E’ il Torino.

Un documento che fuoriesce da una valigia fa capire che non si sbagliano.
E’ la carta d’identità di Valerio Bacigalupo.
Comprendono che il loro amore calcistico, il simbolo della loro città, il segno di rinascita dopo una guerra rovinosa è infranto per sempre.
Un lutto terribile si abbatte sull’Italia.
L’Italia sportiva e non si ferma.
L’intera città di Torino fa atto di presenza ai funerali.
Le bare della squadra attraversano la città, che muta in lacrime, rimane ancora incredula di tale vicenda.
La notizia raggiunge il Portogallo.

Anche lì, come ovvio, la notizia ha clamore soprattutto visto che la squadra italiana aveva giocato nei giorni scorsi l’amichevole contro lo Sporting Lisbona.

Una grande squadra era scomparsa.
La nazionale italiana ne avrebbe pagato lo scotto nel Mondiale di calcio del 1950.
In più la paura di volare dopo tale incidente avrebbe portato la nazionale ad un viaggio in nave verso la sede dei Mondiali, si disputavano in Brasile, della durata di un mese.

In seguito la squadra venne dichiarata ad honorem Campione d’Italia e nacque così il mito del Grande Torino.


(Alessandro Farris)

domenica 11 novembre 2007

Emergency

Emergency è un'associazione italiana indipendente e neutrale.
Offre assistenza medico-chirurgica gratuita e di elevata qualità alle vittime civili delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà.
Emergency promuove una cultura di solidarietà, di pace e di rispetto dei diritti umani.

Emergency si dichiara neutrale rispetto alle parti in causa di qualsiasi conflitto: tutti hanno diritto a cure qualificate e gratuite. E' presente in Cambogia, Afganistan, Iraq, Sierra Leone, Sudan costruendo e gestendo ospedali per i feriti di guerra e per emergenze chirurgiche, centri per la riabilitazione fisica e sociale delle vittime di mine antiuomo e altri traumi di guerra, un centro per la maternità, posti di primo soccorso per il trattamento immediato dei feriti, centri sanitari per l'assistenza medica di base. Ultimo progetto il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan: un centro regionale che fornisce assistenza specializzata a pazienti affetti da malformazioni e patologie cardiache ai pazienti del Sudan e dei 9 paesi confinanti.

Il progetto è stato criticato da più parti per il fatto di costituire un'intervento scarsamente integrato in una realtà in cui mancano prima di tutto le strutture sanitarie di più elementare livello, e dove la cardiologia non costituisce la prima delle priorità. Secondo molti dei critici creare un ospedale di questo tipo costituisce, oltre che uno spreco di investimenti, anche una fonte di ingenti spese di mantenimento future a fronte di risultati marginali nel livello generale di benessere sanitario di questi paesi, dove anche i benefici di cure cardiache di buon livello rischiano di essere vanificati in gran parte da altri tipi di emergenza sanitaria non attualmente affrontati. Secondo la Ong, invece, una struttura di alto livello può aiutare ad innalzare gli standard di tutta l'area: la scienza medica ha sempre fatto progressi dall'alto, impiantando e sviluppando centri di eccellenza in grado di innalzare gli standard generali della sanità, formare personale, sviluppare la ricerca e tutti i servizi connessi. Curiosità, l'impianto di areazione e filtraggio dell'aria della struttura (necessario per la vicinanza al deserto) è interamente alimentato dal campo di pannelli solari più grande del continente, realizzato e ideato dallo staff di Emergency.

Emergency ha portato a termine i suoi programmi in Ruanda, in Eritrea, a Jenin in Palestina e a Medea, in Algeria, in Nicaragua e in Kosovo.
Emergency dichiara di pianificare i propri interventi basandosi soprattutto su due criteri fondamentali: l'effettivo bisogno della popolazione di assistenza medico-chirurgica specializzata, e la scarsità o mancanza di altri interventi umanitari analoghi nel Paese.

Emergency si occupa inoltre di formare il personale locale secondo criteri e standard di alto livello professionale, di attuare interventi umanitari di assistenza ai prigionieri in contesti connessi a situazioni di conflitto e di realizzare progetti di sviluppo e cooperazione nei paesi in cui opera. Oltre alla chirurgia di guerra, l'attività di Emergency si è estesa alla cura di malattie invalidanti quali la poliomielite, di malattie endemiche come la malaria, all'assistenza sanitaria di base, alla risposta a bisogni sociali estremi presenti nei luoghi dell'intervento medico-chirurgico. Emergency prevede, altresì, che gli interventi di carattere sanitario avvengano, oltre che per le guerre in corso, anche in situazioni di povertà.

Parallelamente agli interventi umanitari all'estero, l'attività di Emergency in Italia è finalizzata alla creazione e diffusione di una cultura di pace, questo lavoro è possibile grazie all'impegno sul territorio italiano di circa 200 gruppi (nel 2007) con un numero di circa 4000 volontari; ogni gruppo territoriale promuove nella propria zona incontri rivolti a sensibilizzare ed informare l'opinione pubblica sui temi della pace e della solidarietà: interventi nelle scuole di ogni ordine e grado, presenza con banchetti informativi e di raccolta fondi a mostre, concerti, spettacoli, partecipazione ad incontri e dibattiti con la propria testimonianza.

Curiosità:

-Si è svolta il 28 Ottobre 2006 la prima Giornata Nazionale di Emergency; l'associazione è stata presente in oltre 290 piazze italiane con banchetti e varie iniziative locali.
-Il centro chirurgico di Battambang (Cambogia) è intitolato a Ilaria Alpi.
-La corsia femminile dell'ospedale di Goderich in Sierra Leone è intitolato a "Via del Campo" in omaggio a Fabrizio De André. Il reparto pediatrico è dedicato al pilota Alberto Nassetti.
-Nel sud dell'Afganistan, a Lashkar-gah, il Centro chirurgico per vittime di guerra è intitolato a Tiziano Terzani.
-Dal 2002, ogni anno, oltre mille volontari dell'associazione si ritrovano in una città italiana che ospita l'"Incontro Nazionale di Emergency". Tre giorni in cui si tengono corsi formativi per i nuovi volontari e aggiornamenti per chi invece è già "pratico".
-Il 3 maggio 2007 è stato inaugurato il centro di cardiochirurgia a Khartoum (Sudan). Il centro si chiama SALAM, in arabo "pace".

http://www.emergency.it/

sabato 10 novembre 2007

L'Argentina dalla memoria lunga

Trentamila placche incastonate in cinque pareti. Oltre ottomila hanno già inciso nome e cognome: è il primo monumento alle vittime del terrorismo di Stato dell'America Latina, e l'Argentina lo ha inaugurato ieri, nel Parco della Memoria di Buenos Aires. Trentamila, come i trentamila desaparecidos ingoiati dalla dittatura degli anni Settanta. Trentamila come i cadaveri fatti sparire, molti dei quali gettandoli da aerei in volo e a decine proprio in quel fiume, il Rio de La Plata, ai piedi del quale nasce il monumento. Trentamila, come le famiglie straziate da un dolore che non lascia pace.

Le cinque stele, disposte su un prato in modo da dare, se viste dall'alto, l'immagine di una ferita aperta, sono grigie e sobrie, alte e imponenti. E saranno il luogo della memoria, l'unico dove poter allacciare quella “celeste (...) corrispondenza d'amorosi sensi”, che, per scomodare il Foscolo “spesso per lei si vive con l'amico estinto e l'estinto con noi”. Le migliaia di argentini martoriati dalla tragedia della desaparecion, finalmente, dopo 24 anni dalla fine della dittatura, hanno il sepolcro, l'ara sacra in cui materializzare un lutto che ha segnato una nazione.

A inaugurarlo, il presidente uscente, Nestor Kirchner, a braccetto del presidente entrante, la moglie, Cristina Fernandez. Con loro il capo del governo, Jorge Telerman, e buona parte del gabinetto nazionale. In prima fila, loro, le nonne e le madri di Plaza de Mayo, con il loro immancabile foulard bianco in testa. Loro, voce e coraggio dell'Argentina che chiede verità e giustizia. Ed è alla fine dell'impunità che il capo dello stato si è riferito nel suo discorso, esigendo che gli “ideologi civili” siano consegnati alla giustizia. Gli unici, finora, a essere stati processati e condannati sono "un sacerdote e un poliziotto, ma quando verranno giudicati i capi?”, ha incalzato Kirchner.

Per adesso, incisi, uno a uno, 8.917 nomi, ossia quelli che vennero denunciati ufficialmente. Ma le organizzazione dei diritti umani assicurano che il numero reale è quantomeno tre volte tanto e per questo la Commissione Pro Monumento alle vittime del terrorismo di stato ( di cui fanno parte Abuelas e Mades e molte altre associazioni) si è incaricata di continuare a raccogliere i nomi da immortalare sulla pietra di porfido. Gli organizzatori spiegano come la scelta di disegnarlo come una ferita ancora da rimarginare sia stata dettata dalla presa di coscienza dello “sforzo di cui necessita l'Argentina per arrivare a una società più giusta”, unica strada verso la guarigione.

“Abbiamo un luogo per ricordare i desaparecidos, assassinati e caduti in combattimento in questo paese”, ha dichiarato il fotografo Marcelo Brodsky della Asociacion Civil Buena Memoria, portavoce della Comissione – Vogliamo più giustizia, più celerità nel loro lavoro, più giudici, più testimoni, più condanne. È dovere dello Stato realizzare le indagini necessarie per identificare tutte le vittime che mancano all'appello, così da poter completare le ventimila placche ancora vuote”.
Una nuova tappa, dunque, verso il cammino della verità, compiuto dal governo Kirchner, che ne ha fatto il simbolo del suo mandato. La lotta affinché tutti i colpevoli vengano condannati è stata prioritaria ogni giorno del suo governo. E il coinvolgimento mostrato in tutta la cerimonia lo ha dimostrato. Di fronte al monumento ha cercato con il dito il nome del suo caro amico, Carlos Labolita: “Ventire anni”, ha sussurrato. Un presidente che, negli ultimi colpi di coda ufficiali del suo mandato, che però passando alla moglie avrà una continuazione naturale, si è augurato che Cristina continui sulla stessa linea e anzi faccia di più.
E' di questa settimana anche un altro atto fondamentale nella via verso la guarigione. Il presidente ha incaricato il ministro della Difesa Nilda Garré di trasmettere alle Forze Armate l'ordine di collaborare alla ricerca dei corpi di Roberto Mario Santucho, capo dell'Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP), e di Benito Urteaga, militante di questa organizzazione, entrambi uccisi nel luglio del 1976. Un ordine che, secondo quanto dichiarato dal ministro, cerca di “soddisfare la necessità di ricostruire i fatti”, allontanando ogni difficoltà “che impediscono la ricerca della verità e della giustizia”.

(da Peacereporter)

giovedì 8 novembre 2007

Emir Kusturica

Emir Kusturica (24 novembre 1954) è un celebre regista nato a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina.
Grazie a numerosi film acclamati in tutto il mondo, Kusturica è considerato uno dei registi più creativi del cinema degli anni '80 e '90.

Nato in una famiglia musulmana a Sarajevo, mostra subito la sua attitudine per il cinema realizzando già al liceo due cortometraggi. Frequenta la celebre accademia cinematografica FAMU Academy of Performing Arts di Praga dove si laurea nel 1977 con il cortometraggio "Guernica", che vince un premio al Festival Internazionale del cinema di Karlovy Vary. Dopo alcuni anni trascorsi alla televisione di Stato, debutta nel mondo del cinema nel 1981 con il suo primo film, "Ti ricordi di Dolly Bell?", che vince il Leone d'Oro al Festival di Venezia dello stesso anno.
La sua seconda pellicola, "Papà è in viaggio d'affari" (1985), vince la Palma d'Oro al Festival di Cannes, cinque premi in patria (una sorta di Oscar yugoslavi), e viene nominata per l'Oscar come "miglior film straniero". Nel 1989, riceve un'accoglienza ancora migliore per il suo film successivo, "Il tempo dei gitani", che offre uno sguardo penetrante e magico all'interno della cultura gitana e lo sfruttamento dei giovani.


Kusturica continua a girare film di grande successo, sia dal punto di vista del pubblico che da quello della critica, per tutto il decennio seguente. Il suo debutto "americano" avviene con la commedia surreale "Arizona Dream" (1993), al quale segue la "commedia-nera" vincitrice ancora della Palma d'Oro a Cannes "Underground" (1995), considerato da molti il suo capolavoro.
Nel 1998 vince il Premio speciale per la regia - Leone d'Argento a Venezia con il film "Gatto nero, gatto bianco", una commedia oltraggiosa e farsesca ambientata in un accampamento gitano sulla riva del Danubio.


In "L'amore che non muore" (2000), del regista francese Patrice Leconte, Kusturica, qui nella sua prima apparizione come attore, interpreta un ruolo con poche battute, ma che riesce a comunicare in maniera molto forte con il linguaggio del corpo e degli occhi.

Nel 2001 Kusturica dirige "Super 8 Stories", un tipico documentario on the road dedicato ad un concerto, pieno di materiale girato dietro le quinte, che offre una visone nuova ed estremamente divertente dell'evento.

In "Triplo gioco" (2002), diretto da Neil Jordan, Emir Kusturica appare nel ruolo di un chitarrista che suona sempre dei riff di Jimi Hendrix.

Nel 2004, Kusturica è stato onorato con il "Premio dell'Educazione Nazionale" per il suo film "La vita è un miracolo", considerato un vero e proprio mezzo educativo, per il quale sono stati creati e distribuiti nelle scuole dei CD-ROM con l'intenzione di facilitare l'analisi ed il dibattito sulla pellicola tra gli studenti. Kusturica è l'autore delle musiche del film, del quale è anche regista e sceneggiatore.


Kusturica è anche un grande appassionato di musica ed un ottimo musicista. È parte della No Smoking Orchestra, un gruppo fondato a Sarajevo nel 1980, nel quale, oltre a curare tutta la parte estetica e scenografica dei concerti, suona la chitarra elettrica e compone grande parte delle musiche e dei testi.


Emir Kusturica è celebre anche per i suoi forti e continui attacchi ai movimenti della destra ultranazionalista serba, come quando nel 1993 ha sfidato Vojislav Seselj a duello. Lo scontro avrebbe dovuto svolgersi nel centro di Belgrado a mezzogiorno, ma il leader del partito ultranazionalista si è rifiutato, dichiarando di non volere "essere accusato dell'omicidio di un filantropo".

Giochi senza frontiere « Attention...trois, deux, un...FIIIT! »

Giochi senza frontiere (in francese Jeux sans frontières, in inglese It's a knockout) è una trasmissione televisiva prodotta dall'European Broadcasting Union (EBU).

La prima edizione fu nel 1965 e, a parte l'intervallo tra il 1983 e il 1987, andò in onda ogni estate ininterrottamente fino al 1999. I giochi senza frontiere erano una sorta di Olimpiadi dove ogni nazione partecipante era rappresentata da una propria città che si sfidava in prove molto divertenti e particolari, con le città delle altre nazioni. Nel 1965 parteciparono Belgio, Francia, Germania Ovest e Italia e nel corso degli anni si avvicendarono in totale 20 nazioni.

In Italia il programma veniva trasmesso, dall'inizio fino al 1982 (anno in cui terminò la prima serie), dapprima sul "Secondo canale" della RAI, in seguito Rete Due, (dal 1971 al 1977 veniva condotto da Giulio Marchetti e da Rosanna Vaudetti) e poi, dal 1988, fu trasmesso su Raiuno. L'Italia ha vinto 4 volte: nel 1970, 1978, 1991 e 1999, ed è stata anche l'unica nazione sempre presente nelle edizioni ufficiali estive (30). Vennero disputate anche delle edizioni invernali. Questa trasmissione televisiva ha anticipato di anni il processo di avvicinamento dei vari paesi dell'Unione europea, in anni in cui non si parlava ancora dell'euro.

Il gioco consisteva in una serie di prove che le nazioni dovevano affrontare per guadagnare punti. Nelle prove in cui le nazioni si sentivano più forti potevano giocare il jolly, che faceva raddoppiare il punteggio totalizzato, mentre, a turno, saltavano una prova per giocare il fil rouge. Nel 1994 la squadra che non giocava "scommetteva" su un'altra ottenendo gli stessi suoi punti.

Fino al 1995 la trasmissione è stata itinerante: i Giochi venivano ospitati a rotazione dalle diverse nazioni partecipanti, cosicché di puntata in puntata i Giochi si svolgevano sempre in scenari diversi. Dal 1996 si è optato per una sede fissa: Torino nel 1996, Budapest nel 1997 (con finale però a Lisbona), Trento nel 1998, Isola di Capo Rizzuto nel 1999. Alla puntata finale di ogni edizione accedevano le squadre che per ciascuna nazione avevano ottenuto i risultati migliori nel corso delle puntate "eliminatorie". Ovviamente, essendo un programma dell'Eurovisione, a trasmetterla erano le tv affiliate, ma per la Svizzera la situazione è stata particolare: dal 1967 al 1982 tutte le tv SRG SSR idée suisse trasmettevano l'evento, nel 1992 invece li trasmise solo TSR (francese) e dal 1993 al 1999 TSI (italiana).

L'assenza dei Giochi dai palinsesti televisivi europei aveva causato in questi anni non poche proteste. In un'intervista del 2005 Ettore Andenna, storico conduttore per l'Italia, ha dichiarato: "La Rai ha ricevuto in una sola estate, l'anno dopo che erano finiti i Giochi Senza Frontiere, ben 7.000 lettere di telespettatori che rivolevano i giochi; e la Grecia, la Svizzera e la Slovenia vorrebbero ripartire". Ed effettivamente nel 2001 il programma sembrava sul punto di tornare dato che 6 nazioni erano disposte a partecipare (anche l'Italia, ma con lo spostamento da Raiuno a Raitre), poi è saltato tutto.
Anche all'estero l'assenza si è fatta sentire: in Slovenia, l'interesse per i Jeux è stato tale che la tv pubblica RTV di Lubiana, mandando in replica le registrazioni dei giochi degli anni passati, ha realizzato picchi di ascolti.
Il 20 luglio 2006, l'EBU aveva comunicato l'intenzione di riprendere le trasmissioni dei Giochi dopo un'assenza che durava dal 1999, e che era stato trovato un accordo per la produzione con la società Mistral: tuttavia, in seguito, alcuni problemi (in particolare di carattere finanziario) hanno bloccato l'edizione 2007, mentre si spera di poter organizzare quella del 2008. Ma i fan credono che la EBU non avrebbe accettato di riproporre il programma senza l'Italia, la nazione sempre presente.
Per la nuova edizione, si parlava di otto puntate più quella finale: ogni puntata si sarebbe dovuta comporre di cinque giochi, più il classico fil rouge e che le squadre avrebbero potuto utilizzare un jolly ciascuna. L'Italia, unica nazione sempre presente, era in trattativa per la partecipazione (e secondo indiscrezioni avrebbe indossato il colore bianco). Inoltre 2 comuni, Rosolina e Catania, avevano scritto alla RAI proponendosi come città ospitante nel caso la EBU optasse per la sede fissa come nelle ultime 4 edizioni.

Il 26 dicembre 1990, si svolse a Macao, allora colonia portoghese (tornata alla Cina nel 1999), una puntata speciale dei Giochi: la città infatti, viste le sue origini europee, rivendicava il proprio diritto all'organizzazione. Ettore Andenna e Feliciana Iaccio presentano la puntata per l'edizione italiana; in quest'occasione partecipano Jaca (Spagna), Trogir-Traù (RSF Jugoslavia), San Marino (San Marino), Guimaraes (Portogallo), Bergamo (Italia), Macao (Macao). La puntata venne vinta a pari merito da Bergamo e Trogir con 46 punti; seguirono, ancora a pari merito per il terzo posto, San Marino e Guimaraes con 34 punti, Jaca con 30 ed ultima Macao, organizzatrice dei Giochi, con soli 20 punti.
Oltre a questa si sono spesso organizzate puntate speciali per ricordare qualcosa che avesse a che vedere con la trasmissione.
Inoltre negli anni '80 e '90 si sono svolte alcune edizioni invernali di JSF (Giochi sotto l'albero, Questa pazza pazza neve) le quali erano ovviamente ambientate in località montane; l'ultima è del 1992 con Italia, Francia, Svizzera (quella italiana), e Cecoslovacchia (ma con soli paesi della parte ceca): vinse la ceca Novo Mesto Na Morava.

La trasmissione ha sempre avuto un carattere ludico di programma di intrattenimento. Aveva, però anche l'ambizione di avvicinare i popoli del continente europeo. Curiosamente, negli anni novanta le squadre partecipanti erano tra le altre quelle di Malta, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovenia, tutti paesi successivamente entrati nell'Unione europea.
È molto significativo che quando, su proposta di Ettore Andenna, divenuto eurodeputato, il Parlamento Europeo ha emanato una direttiva comunitaria sulla televisione, ha dato come titolo Televisione senza frontiere, chiaro ricalco del titolo della trasmissione.

lunedì 5 novembre 2007

Tommy Smith: un nero con il pugno alzato

Appena la bandiera a stelle e strisce iniziò ad osccillare nel vento di quell’estate messicana, Tommie Smith e John Carlos rimasero in piedi sul podio, con le loro medaglie al petto (per la cronaca, una era fatta d’oro ed una di bronzo), abbassarono le loro teste, ed alzarono un pugno, il destro Smith, il sinistro Carlos, pugni evidenziati dai loro guanti di cuoio nero…

Thomas Smith, meglio conosciuto come Tommie, nacque il 5 giugno del 1944, settimo di dodici figli.
Da piccolo, dopo essersi salvato da un terribile attacco di polmonite, iniziò a lavorare nei campi di cotone; poi, visto che il ragazzo era determinato ed amava lo studio, seguì l’università, dove ottenne due lauree e (visto che il ragazzo amava correre, ed era determinato...) tredici record universitari nell’atletica leggera.

E’ stato uno dei più grandi sprinter dell’atletica leggera, Tommie Smith, tra i più forti di sempre nei 200 metri, specialità con cui trionfò nelle olimpiadi di Mexico City, nel 1968, con il tempo record di 19.83 secondi.

E' a questo punto, poco dopo il record, che la storia di Tommie esce dai confini dell'attività sportiva.

La sua premiazione divenne uno dei più grandi simboli per immagini di tutto il XX secolo, e si trattò senza dubbio della cerimonia di medaglia più popolare di tutti i tempi, nonché un momento fondamentale per movimento di diritti civili.

Ad accompagnare Tommie Smith nella Storia, il suo collega ed amico John Carlos, medaglia di bronzo nella stessa gara.

Smith disse più tardi a chi lo intervistò che il suo pugno destro, dritto nell’aria, rappresentava il potere nero in America, mentre il pugno sinistro di Carlos rappresentava l’unità dell’America nera.

Con i loro pugni alzati, lì su quel podio olimpico, Tommie Smith e John Carlos comunicarono al mondo intero la loro solidarietà con il movimento del black power, che in quegli anni lottava aspramente per i diritti dei neri negli Stati Uniti.
In maniera non violenta i due stavano attuando quella disobbedienza civile che era stata auspicata da Martin Luther King (morto poco prima delle Olimpiadi)... i loro occhi rivolti verso il basso (e non verso la bandiera americana), insieme al loro pugni foderati di cuoio nero, suscitarono enorme scalpore e polemiche.

Un gesto silenzioso che scavò dentro molte coscienze.

Questo gesto di portata mondiale spinse Tommie Smith nella ribalta come portavoce dei diritti umani, attivista, e simbolo dell'orgoglio afro-americano africano, a casa ed all'estero. Smith ha poi vissuto anche una discreta carriera come un allenatore, educatore e direttore sportivo.
Ma torniamo a quelle olimpiadi del '68.
Il movimento dei diritti civili non aveva fatto molta strada nel tentativo di eliminare le ingiustizie subite dai neri d’America, e per attirare l'attenzione pubblica sulla questione, verso la fine del 1967, alcuni atleti neri avevano dato vita all’Olympic Project for Human Rights, OPHR, al fine di organizzare un boicottaggio alle olimpiadi che si sarebbero tenute l’anno successivo a Città del Messico.
Il leader del progetto era il dottor Harry Edwards.

Edwards, pur appoggiato da Smith e da altri, non riuscì però a convincere gli atleti neri della nazionale olimpica a partecipare al boicottaggio. I due atleti sfruttarono quindi il palcoscenico offerto dalla premiazione per rovinare la festa ai connazionali ed al mondo, almeno un po'.

L’altro atleta, quello bianco con la medaglia d’argento, prese a suo modo parte all’evento: portava sul petto un piccolo distintivo, c’era scritto OPHR.
La provocazione era completa.
Il nome di quell’atleta è Pietro Norman, la nazionalità australiana.

Un temporale di oltraggi fu quello che li investì: per vilipendio alla bandiera ed ai Giochi Olimpici furono espulsi dalla squadra nazionale e banditi dal villaggio olimpico.

Eppure la loro leggenda era già iniziata, visceralmente legata, come molti fatti del novecento, ad una immagine, una fotografia.

(Matteo Liberti)

sabato 3 novembre 2007

La pericolosa china

Quando meno di un mese fa in Germania a Maurizio Pusceddo, condannato per lo stupro di una giovane tedesca, sono state riconosciute le attenuanti generiche dovute “alle particolari impronte culturali ed etniche” l'Italietta insorse. “Una grave offesa per la patria”, si disse. Oggi l'Italietta insorge contro i rumeni e contro i Rom, che per le particolari impronte culturali ed etniche sarebbero portati alla violenza, al furto, allo stupro, e a tutte le nefandezze possibili e immaginabili.

Sessant'anni fa l'Italietta, a ruota dell'alleato germanico, insorse contro gli ebrei, colpevoli per le “particolari impronte culturali ed etniche”, di ogni disgrazia sociale ed economica che toccava in sorte al mondo.
Perché oggi non c'è più nessuno che insorge quando l'imbecillità, la meschinità, la sopraffazione tornano a prendere piede?

Il nostro Paese, da Rauti a Grillo, ha imboccato una china pericolosissima, che ci ha di fatto riportato ai periodi più neri e bui della storia, almeno stando ai titoli e ai commenti di troppa parte dell'informazione italiana.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo: a produrre questi mostri è la cultura della guerra, della sopraffazione, del vedere nell'altro un nemico, nell'aver bisogno di un nemico per spiegarsi la realtà. Una cultura che purtroppo i governi di quasi tutti i paesi occidentali hanno scelto di ergere a modello. Ma la cultura della guerra è il sonno della ragione.

P.S. In serata, la notizia della squadraccia che, a Roma, ha quasi linciato tre persone, colpevoli di essere cittadini romeni. E subito, le lacrime di coccodrillo dei politici che fino ad un'ora prima facevano a gara a chi è più feroce con gli immigrati. Riusciremo mai più a tornare un Paese civile?

(Maso Notarianni)