domenica 30 dicembre 2007

Tenzin Gyatso

Tenzin Gyatso - nato Lhamo Dondrub - (Taktser, 6 luglio 1935) è un religioso tibetano. È il XIV Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989 ed esponente del pacifismo.
Vive dal 1959 in esilio in India, a Dharamsala (Himachal Pradesh), con un seguito di 120.000 tibetani in seno ai quali ha costituito il governo tibetano in esilio.

Nato nel 1935 in un villaggio nel nord est del Tibet, all'età di due anni venne riconosciuto come reincarnazione del XIII Dalai Lama Thubten Gyatso. Per effetto di ciò fu proclamato Dalai Lama e ribattezzato Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso, ovvero Sacro Signore, Gloria gentile, Compassionevole, Difensore della fede, Oceano di saggezza.

I buddhisti tibetani si riferiscono a lui come Yeshe Norbu ("la gemma che realizza i desideri") o semplicemente Kundun ("la Presenza"). Nel mondo occidentale è spesso chiamato Sua Santità il Dalai Lama.
Tenzin Gyatso cominciò la sua educazione all'età di sei anni. A venticinque anni (nel 1959) discusse il suo esame finale nel Tempio Jokhan a Lhasa, durante la festa annuale Monlam. Superò l'esame con onore e gli venne conferito il diploma Lharampa, il titolo di studio più alto.

Oltre ad essere la guida spirituale più influente del buddhismo tibetano, il Dalai Lama è anche per tradizione il capo di stato del Tibet con potere decisionale. Il 17 novembre 1950 Tenzin Gyatso venne incoronato come guida temporanea del Tibet ma fu in grado di governare il paese per poco tempo, dato che nell'ottobre dello stesso anno l'esercito della Repubblica Popolare Cinese invase il suo Paese.

Nel 1954 il Dalai Lama fu a Pechino per negoziati con i capi cinesi Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping, che si conclusero senza successo.

Dopo un fallito tentativo (aiutato dagli USA) di rivolta contro la Cina, il Dalai Lama fuggì il 17 marzo 1959, arrivò in India il 31 e si rifugiò a Dharamsala, dove risiede tuttora con il governo tibetano in esilio.

Nel 1989 Tenzin Gyatso ricevette il premio Nobel per la pace. Il 14 maggio 1995 il Dalai Lama proclamò Gedhun Nyima undicesima reincarnazione del Panchen Lama, ma la Cina rapì il bambino e nominò come reincarnazione un altro bambino Gyancain Norbu. Gedhun Choekyi Nyima (oggi sedicenne) è tuttora prigioniero della Cina.

Tenzin Gyatso è il primo Dalai Lama che si è trovato a dover operare dall'estero e contemporaneamente il primo che ha visitato le nazioni occidentali cercando di promuovere la sua causa e di far conoscere al mondo i principi del buddhismo.

Il Dalai Lama parla l'inglese ed ha ottenuto la simpatia del mondo occidentale per la sua battaglia in nome dell'autodeterminazione del popolo tibetano. Molte celebrità di Hollywood (in particolare Richard Gere) lo hanno pubblicamente sostenuto.

Tenzin Gyatso è stato più volte "denunciato" dalla Cina come fautore dell'indipendenza tibetana mentre la sua posizione politica attuale è che non sia obbligatoria l'indipendenza totale del Tibet, ma solo è necessaria la sua autonomia negli affari interni (autodeterminazione), lasciando la gestione della difesa e degli affari esteri alla Cina.

Anche se non in modo continuato, ci sono stati colloqui fra il governo tibetano in esilio e la Cina ma mentre quest'ultimo desidera soprattutto discutere dello stato del Tibet all'interno della Cina, la repubblica popolare cinese vuole limitare gli accordi alle condizioni del ritorno del Dalai Lama in Tibet.

Il 18 aprile 2005 l'autorevole rivista Time Magazine ha inserito il Dalai Lama tra le 100 personalità più influenti del pianeta.

Il 14 ottobre 2006, presso l'Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi Roma Tre, Tenzin Gyatzo ha ricevuto la laurea honoris causa in biologia, come riconoscimento per il suo interesse e il suo impegno per la scienza e in particolare per le discipline neurobiologiche.

Il 16 ottobre 2007 è ricevuto dal Congresso degli Stati Uniti che lo ha insignito della più alta onorificienza per i civili, la Medaglia d'Oro. Questo fatto ha provocato accese proteste da parte del governo cinese.

Nella prima metà del dicembre 2007 ha compiuto un viaggio in Italia: oggetto di critiche è stato il fatto che nè il capo della chiesa cattolica, papa Benedetto XVI, nè il presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi, abbiano ricevuto ufficialmente il Dalai Lama, per paura di aprire l'ennesimo incidente diplomatico con la Cina. Il religioso è stato comunque ricevuto dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, da esponenti del clero cattolico ed esponenti di altre religioni.

Il 10 dicembre 1989 venne conferito a Tenzin Gyatso il Premio Nobel per la pace.
In un comunicato il Comitato annunciò le motivazioni:

« Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di attribuire il Nobel per la pace per il 1989 al 14° Dalai Lama, Tenzin Gyatso, leader politico e religioso del popolo tibetano. Il Comitato desidera sottolineare il fatto che il Dalai Lama nella sua lotta per la liberazione del Tibet ha sempre e coerentemente rifiutato l'uso della violenza, preferendo ricercare soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza ed il rispetto reciproco, per preservare il retaggio storico e culturale del Suo popolo. Il Dalai Lama ha sviluppato la propria filosofia di pace a partire da un reverente rispetto per tutto ciò che è vivo, basandosi sul concetto della responsabilità universale che unisce tutta l'umanità al pari della natura. Il Comitato ritiene che Sua Santità abbia avanzato proposte costruttive e lungimiranti per la soluzione dei conflitti internazionali, e per affrontare il problema dei diritti umani e le questioni ambientali globali. »

Il Dalai Lama, alla cerimonia di consegna del prestigioso riconoscimento, dichiarò:

« Mi considero solo un semplice monaco buddhista. Niente di più, niente di meno. Quello che è importante non sono io ma il popolo tibetano. Questo premio rappresenta un incoraggiamento per i sei milioni di abitanti del Tibet che da oltre quarant'anni stanno vivendo il più doloroso periodo della propria storia. Nonostante ciò la determinazione della gente, il suo legame con i valori spirituali e la pratica della non violenza rimangono inalterati. Il premio Nobel è un riconoscimento alla fede e alla perseveranza del popolo tibetano. »


« Prima di addormentarmi, penso sempre per qualche minuto. Penso alla gente in Tibet. A quello che sta soffrendo, al suo dolore. E mentalmente recito una preghiera di ringraziamento per essere libero. Un rifugiato, ma libero. Che può parlare per il suo popolo e cercare di alleviarne le sofferenze. »


venerdì 28 dicembre 2007

La dinastia Bhutto

Una famiglia impegnata, i Bhutto. Cha ha ricevuto giudizi controversi. E un comune, tragico, destino. Benazir è la terza componente della famiglia impegnata nella vita pubblica e la quarta uccisa in circostanze non acclarate. Il padre e i due fratelli avevano patito la stessa sorte: il primo giustiziato pubblicamente, gli altri misteriosamente assassinati. Un destino simile alla grande dinastia dei vicini hindu, i Nehru – Ghandi. Con la madre Indira e il figlio Rajiv uccisi da estremisti di minoranze anti hindu. Famiglia di credo Sciita, riusciva ad attrarre voti anche dalle comunità Sunnite come pure da gente di confessioni religiose diverse.

Zulfiqar Ali Bhutto, capostipite e padre della candidata uccisa a Rawalpindi da un kamikaze alla fine di un comizio, era l'uomo che aveva definitivamente dato l'attuale forma al Partito Popolare. Negli anni '70 era stato un premier molto seguito, con riforme sociali dal sapore laburista, uno dei pochi primi ministri dall'indipendenza del Pakistan a non vestire la casacca militare. E' stato impiccato nel 1979 dall'allora dittatore militare, generale Zia Ul Haq. A motivare le pena capitale una pretestuosa accusa di ''tradimento della patria''.

Shanhawaz, il fratello più amato e più pacato della famiglia, venne trovato ucciso da una pistola mai ritrovata, nella sua villa in Costa azzurra nel 1985. Ma il predestinato a guidare il Pakistan sembrava il maggiore, Murtaza. Era scappato in esilio in Afghanistan, ospite dell'allora governo comunista, nel 1979, all'uccisione del padre. Nel suo nome (El Zulfiqar, come il genitore) aveva fondato un partito, con il quale aveva vinto le elezioni del 1993 dall'esilio. Era rientrato e sembrava destinato a guidare il paese. Fin a quando, dopo un comizio, il suo cuore non incontrò una pallottola, rimasta senza mandante, nel 1996.

Benazir nasce nel 1953 nella provincia di Sindh e viene destinata a studi da leader politica, quando frequenta le facoltà di economia e Scienze politiche ad Harvard e Oxford. Aveva sempre dichiarato di non volersi occupare di politica, forse intuendo quale sarebbe stato il suo destino. La sua fedeltà al padre era indiscutibile, tanto da costarle cinque anni di fila di carcere inflittole dalla dittatura, quando nel 1977 i militari condannarono Zulfiqar alla pena capitale. Pena poi eseguita a due anni di distanza. Era stata comunque costretta dalla moria familiare ad accettare la carica di primo ministro ben due volte, dal 1988 al '90 e dal '93 al '96. Come Indira Gandhi era stata la prima donna premier in assoluto a capo di una nazione democraticamente eletta, Benazir è stata la prima donna nel pianeta a cui i cittadini di un paese musulmano hanno affidato la guida di un Governo. La sua autorità morale alla fine degli anni '80 come donna leader era in costante ascesa. Aveva fondato il Ppp in esilio a Londra, fino al suo rientro trionfale nel 1986. L'uccisione del dittatore Zia in un misterioso incidente aereo nel 1988 le spianò la strada verso il premierato. Ma gli anni '90 la attendevano con un risvolto molto più mondano. E amaro.

Nel corso dei suoi due premierati sono state queste le accuse con le quali i militari alla presidenza la rimossero dal suo incarico. Nella sua ombra s'è sempre mosso, lasciando tracce sospette, il marito Asif Zardari, anch'egli nato in una dinastia imprenditoriale pachistana di primo piano. Ma da brava moglie lei lo ha sempre difeso dalle accuse di aver manipolato diversi appalti pubblici per l'acquisto di armamenti, di jet, come di apparecchi medici. Ma nessuno dei 18 procedimenti per corruzione e lucro sui beni pubblici hanno portato ad una condanna definitiva in una decade di processi contro la coppia da premierato. Zafari è stato però trattenuto nel Paese in attesa di giudizio fino al 2004, dopo otto anni tra prigione e domiciliari.

Intanto Benazir lo aveva preceduto con i tre figli nell'esilio dorato di Dubai, già fin dal 1999, quando l'atmosfera per lei e il suo nemico-amico Navaz Sharif (oppositore dei generali all'interno della dominante Lega dei Musulmani) si era fatta troppo pesante sotto il dittatore Musharraf. Anche lei era stata implicata in cinque dei processi per corruzione in cui il marito era il principale accusato: il più grave riguardava una fornitura all'aviazione per una quindicina di F-16. Benazir aveva sempre rimandato al mittente le accuse, e non era mai stata condannata. Nel corso dell'ultimo procedimento, Benazir era stata condannata per non essere comparsa in aula. La corte Suprema in grado definitivo cassò il giudizio. Alcune registrazioni pirata in seguito mostrarono incontri segreti tra i giudici che la condannarono e gli alleati politici più vicini all'allora presidente Sharif. Sembra che il leader della Lega dei Musulmani avesse provato a convincere i giudici a condannarla per eliminare la sua concorrente più amata dal popolo. I suoi guai giudiziari avevano anche valicato i confini nazionali: nel 2004 aveva fatto ricorso in appello a Ginevra avverso una sentenza che la condannava per riciclaggio di denaro nei suoi conti svizzeri.

Negli ultimi mesi, mentre le critiche ai sistemi dittatoriali di Musharraf montavano tra i pachistani, i suoi appelli per un governo democratico acquistavano sempre più appeal e venivano ripetuti dai media indipendenti. A inizio ottobre arrivò l'amnistia assoluta per tutte le accuse di corruzione, che completò il tassello per il suo rientro. Nella settimana precedente era arrivato l'accordo (durato il breve volgere d'un mese) col dittatore Musharraf, per dividere il potere e liberare il Pakistan dalla presenza degli estremisti islamici: al dittatore un nuovo mandato presidenziale, a patto di smettere la divisa, e per Benazir la possibilità di rientrare e concorrere ( e vincere, sicuramente) un terzo mandato da prima Ministra.
La fine dell'esilio era prevista per il 18 ottobre, ma nel corteo di 300mila persone che la scortava festosamente a Karachi, dove si trova la villa di famiglia, ci furono almeno 130 morti quando due kamikaze si lanciarono contro il bus che la scortava in parata trionfale verso un monumento importante per i pachistani. Benazir allora si salvò con solo qualche contusione. Solo 20 giorni prima aveva giurato guerra ai talebani, dichiarando alla tv Bbc in esclusiva che “ricorrerei anche all'aiuto degli Usa pur di liberarmi dello Sceicco del Terrore (Osama bin Laden, che pare si nasconda nelle montagne del Waziristan dal 1999), ma potrei decidere di agire anche da sola, se fossi alla guida del Pakistan”. Forse la dichiarazione che l'ha persa per sempre.


(Gianluca Ursini)

venerdì 21 dicembre 2007

Le donne di Khan Younis

Scendendo verso il sud della Striscia di Gaza, prima di Rafah, vicino al confine egiziano, c'è Khan Younis. È la seconda città della Striscia e probabilmente la più conservatrice. Qui le donne che portano lo hijab sono la normalità, così come gli uomini con le barbe incolte. Al di fuori di questa normalità, c’è sicuramente Majda, 38 anni, master a Londra in antropologia, che in un territorio chiuso e tradizionalista come questo si è inventata l’associazione “Libero pensiero”, per aiutare le donne a prendere consapevolezza dei loro diritti.

Majda gira senza velo, in jeans e maglietta, non per sfida, semplicemente per un diverso modo di vivere il proprio essere donna. “Le violenze domestiche in questa zona sono all’ordine del giorno - spiega alla delegazione del movimento Donne in nero, giunta a casa sua - gli uomini non lavorano, stanno a casa, specie dall’inizio dell’assedio. Mancano le sigarette, accumulano rabbia, diventano aggressivi. La nostra associazione cerca di offrire alle donne che vivono situazioni difficili in famiglia un appoggio dal punto di vista psicologico e giuridico, ma in questa fase ha assunto priorità l’emergenza economica, quindi ad esempio ci viene chiesto vestiario invernale per i bambini, anche perchè qui le case non sono riscaldate. L’emergenza creata dall’assedio e dall’embargo imposto alla Striscia da Israele ha portato ai tagli dell’erogazione elettrica, così ogni tanto se ne va la luce (lo verifichiamo personalmente due volte a casa di Majda), di solito due volte al giorno per qualche decina di minuti, altre volte per dieci ore. Passi per chi è a casa, ma negli uffici, negli ospedali, in tutte le altre attività risulta veramente difficile andare avanti”.

“Le donne, specialmente nel sud della Striscia, non hanno la possibilità di esprimersi. Noi lavoriamo sia con loro che con i bambini, spesso vittime anche loro di violenza in casa, a scuola o in strada. Crediamo che, se cresceranno con dignità e con una cultura più aperta, riusciranno a costruire una società migliore di quanto non siamo riusciti a fare noi. Naturalmente nella nostra azione troviamo molti uomini che non vogliono l'emancipazione femminile. Siamo state, personalmente e come struttura, vittime di atti intimidatori, ma noi proseguiamo nel nostro percorso. Cerchiamo di far capire alle donne che è un loro diritto avere propri spazi per riunirsi, giocare, fare teatro, ballare o avere la possibilità di vedere un dottore, un avvocato. Ogni mese ne vediamo in tutto 650. La maggior parte vengono qui, le altre le raggiungiamo noi, a causa dei trasporti costosi o dei mariti che impediscono loro di uscire”.

"Tra i casi più frequenti di difficoltà ci sono i matrimoni delle giovanissime: casi di adolescenti che avevano mal di pancia e poi si scopre che stavano nascondendo una maternità. A volte ci sono abusi anche da parte di componenti di famiglie più agiate che sostengono quelle più povere e che, con quella scusa, approfittano delle giovani donne. Una volta mandavamo i casi più difficili nell’unico centro che ha delle case famiglia, a Betlemme, ma adesso uscire dalla Striscia è praticamente impossibile. Ci sono situazioni come quella di una donna uccisa perché, secondo i pettegolezzi di qualcuno, aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio, salvo poi venire a sapere che era una bugia. Aveva solo 22 anni. La polizia, se vuoi denunciare la cosa, non ti ascolta. Inoltre quella di Hamas è tutta corrotta. E poi come si fa a denunciare un crimine a una polizia illegale che ha preso il potere con la forza? Non voglio demonizzare Hamas, anzi, il primo anno in cui è stato al potere abbiamo collaborato, ma da giugno la situazione è cambiata. Ci sono uccisioni tutti i giorni. C’è una sorta di coprifuoco, per la strada dopo il tramonto non c'è quasi nessuno, i negozi chiudono presto, mentre prima restavano aperti fino all’una di notte”.


(Milena Nebbia)

mercoledì 19 dicembre 2007

Eccoli qui, gli Stati canaglia

Finalmente, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è riuscita a fare un timido e piccolo passo contro la pena di morte. Ieri, con 104 voti a favore, 29 astensioni e 54 voti contrari, è stata approvata una risoluzione che chiede agli stati membri una moratoria della pena capitale.
Non quell'enorme risultato di cui le istituzioni italiane, tra i promotori del voto, adesso si vantano. Non è una legge, non è vincolante. Nella pratica, non sposta nulla.
Ma è pure un importante risultato "culturale", e un risultato politico: non capita spesso che i padroni del mondo siano messi in minoranza nelle Nazioni Unite.

Ma il risultato più importante ottenuto dal voto di ieri, e di certo involontariamente da parte dei nostri governanti, è quello di avere messo ben in risalto quali siano davvero gli Stati canaglia. Quelli che davvero si meritano questo epiteto. Vediamoli, questi Stati. Tutti insieme appassionatamente hanno scelto di dire un "no" fortissimo e chiarissimo alla civiltà. C'è la Cina, tra questi stati. Un sesto della popolazione mondiale governato da uno Stato oppressivo, violento e autoritario che sempre più sta espandendo i tentacoli della sua economia un po' pirata e un po' capitalista in ogni parte del mondo. C'è il Sudan, in cui il valore dei diritti umani e della vita umana è reso palese dalla vicenda del Darfur. C'è l'Iran, in cui si viene ammazzati dallo Stato solo perché si è omosessuali, o se si va contro la rigidissima "legge morale" imposta dal Presidente. C'é la Siria, che ha più dissidenti in carcere che attivisti politici per le strade. E ci sono gli Stati Uniti, che vanno in giro esportando democrazia e massacrando migliaia di civili sotto le loro intelligentissime bombe. Ma votano contro una semplice richiesta di moratoria per la pena di morte. Si ergono a paladini del bene, e sono i più potenti di tutti. Per questo sono anche i più canaglia tra gli Stati canaglia.

(Maso Notarianni)

martedì 11 dicembre 2007

In fuga per la vita

La giornalista Natalia Petrova è in pericolo. Ha parlato troppo. Ha filmato troppo. Ha denunciato la guerra in Cecenia, in Abkhazia, in Nagorno-Karabakh. Ha criticato Putin e raccontato la rivolta dei pensionati russi. Per questo, il 6 settembre scorso, tre uomini in abiti civili hanno fatto irruzione nella sua casa di Kazan, repubblica del Tatarstan, e l'hanno malmenata. Lei e le sue bambine, due gemelle di 10 anni. A una di loro è stato rotto un dente.

Mentre l'anziana madre, terrorizzata, si nascondeva in giardino, il padre, Gennady Petrov, 87enne ex-colonnello dell'Armata Rossa, faceva scudo alla figlia con il suo corpo. Invano. Natalia è stata ammanettata e trascinata via dopo essere stata ridotta in uno stato di semi-incoscienza per le botte. Ha trascorso la notte in commissariato. Poi è stata sbattuta fuori, mezza morta. Con le forze residue, è tornata a casa. Ha preso le bambine, abbracciato i genitori ed è fuggita via. Adesso è nascosta da qualche parte a Mosca. Nessuno sa dove sia, salvo alcuni colleghi. Al padre, recatosi un mese dopo l'irruzione al commissariato di Kazan per chiedere spiegazioni, è stato risposto dal capo della polizia, tale Vyacheslav Prokofyev: "Tua figlia ha parlato troppo. Adesso è ricercata, su di lei pende un mandato di arresto internazionale. Di lei possiamo fare ciò che vogliamo".

Non è per caso che il padre di Natalia si recò da Prokofyev. Nell'agosto 2005, a Kazan, si tenne un summit tra Putin, Nazarbayev (presidente del Kazakistan), Lukashenko (presidente-dittatore della Bielorussia) e Yushenko (presidente ucraino). Natalia fu accreditata come giornalista per l'agenzia 'Eurasia'. Mentre si recava in macchina verso il centro stampa fu fermata da alcuni uomini in borghese e 'invitata' a entrare nella loro auto. Al suo rifiuto, gli uomini chiamarono il loro capo, che intimò a Natalia di obbedire, rifiutandosi di spiegare le ragioni del fermo, ma fornendo le proprie generalità. Era Prokofyev, capo del distretto di polizia della capitale. Il 6 settembre, il giorno dell'aggressione, Natalia udì quella stessa voce da una delle ricetrasmittenti degli uomini che erano venuti a prenderla.
"Di lei possiamo fare ciò che vogliamo", aveva risposto Prokofyev al padre della giornalista. Di lei, gli apparati repressivi ex-sovietici (meglio diremmo sovietici, dati i metodi totalitari per i quali, ogni giorno di più, dimostrano una nostalgica e morbosa inclinazione) non potranno fare nulla, finchè Natalia rimarrà alla macchia. Ma la mano del regime è lunga. E ha la memoria lunga. Non è solo la vita di Natalia ad essere in pericolo. Il 2 dicembre scorso, data delle elezioni per il rinnovo del Parlamento russo, i genitori di Natalia, Gennady Petrov e la moglie Nina Petrova, sono stati arrestati mentre si recavano alle urne. La coppia è stata accusata di diffamazione per aver denunciato le violenze del 6 settembre.

Andrej Mironov, membro dell'organizzazione per i diritti umani 'Memorial', ha conosciuto Natalia durante la prima guerra cecena (1994-1996). Ha spiegato che il lavoro della giornalista-regista non si limitava alla registrazione filmata degli eventi: "Natalia aiutava i feriti, li curava. Non posso che dire tutto il bene possibile di lei. Natalia ha fatto ciò che la Politkovskaya aveva fatto nella seconda guerra cecena. Entrambe hanno avuto uno spirito compassionevole, nell'affrontare la tragedia della guerra, specialmente per quanto riguarda i bambini. Hanno visto la guerra con l'occhio delle madri. Natalia aveva due bimbe piccole durante la prima guerra cecena. Così come Anna, durante la seconda". Natalia riuscì a far uscire 19 prigionieri dalla Cecenia. Fu la prima a indagare le circostanze della morte di Nadejda Chaikova, giornalista della 'Obshaya Gazeta' uccisa nel marzo del '96. Abbiamo chiesto a Mironov se sia possibile intervistare Natalia, o visitarla nella sua residenza segreta. "E' troppo pericoloso. Non può esporsi al pubblico. In nessun modo".

Natalia Petrova ha 48 anni. Ha realizzato tre documentari dal titolo: "Abkhazia mon amour", "I bambini del Karabakh" e "L'antica terra dei ceceni". Quest'ultimo, nel 1997, ha vinto il Grand Prix dell'Accademia cinematografica tedesca. Per chi chiede giustizia per Anna Politkovskaya una nuova battaglia è cominciata. Una battaglia che va combatttuta e vinta prima che sia troppo tardi.


(Luca Galassi)

domenica 9 dicembre 2007

Pierangelo Bertoli: a muso duro

Pierangelo Bertoli nato a Sassuolo (MO) il 5 novembre 1942 e morto a Modena il 7 ottobre 2002 è stato un cantautore italiano.

Colpito da bambino dalla poliomielite che gli compromise per sempre l'uso delle gambe, costringendolo a vivere e a muoversi su una sedia a rotelle, aveva esordito discograficamente nel 1976 con il 33 giri "Eppure soffia". Il 1977 lo vede pubblicare "Il centro del fiume" e l'anno successivo un disco di canzoni in dialetto, "S'at ven in ment". Con a "muso duro", nel 1979, Bertoli realizza il suo primo manifesto poetico, ma è "Certi momenti", nel 1981, a portarlo in classifica, grazie anche al successo radiofonico di "Pescatore", un brano cantato in duetto con Fiorella Mannoia.

Nel 1986 celebrò i dieci anni di carriera con "Studio & Live", un doppio album antologico registrato per metà in studio e per metà in concerto. Nel 1987 nasce il progetto dell'album "Canzoni d'autore" un omaggio a cantautori vecchi e nuovi della scena italiana. "Tra me e me", nel 1988, e "Sedia elettrica", nel 1989, chiudono simbolicamente un periodo artistico, insieme allo spot televisivo "Lega per l'emancipazione dell'handicappato", a cui Bertoli partecipa come attore, che vince il Telegatto di Tv Sorrisi e Canzoni.

Il 1990 lo vede pubblicare l'album "Oracoli", che costituisce a suo modo un momento di partenza, e il cui singolo "Chiama piano", è cantato in duetto con Fabio Concato. Il 1991 si apre per Bertoli con una decisione coraggiosa: quella di prendere parte al Festival di Sanremo (vi è poi tornato anche nel 1992), una manifestazione per molti versi lontanissima dalla linea ideologica ed artistica che ha sempre guidato l'attività del cantautore, contrario alla progressiva esaltazione degli aspetti edonistici che la musica commerciale andava sempre più assumendo.

In quell'occasione, invece, l'obiettivo di Bertoli era ben preciso: far conoscere dal palcoscenico più popolare della canzone italiana un brano inusuale e suggestivo, "Spunta la luna dal monte", presentandolo insieme al gruppo sardo dei Tazenda, in un'ottica di recupero delle tradizioni folcloristiche ed etniche in un momento in cui questo tipo di discorso artistico non era ancora diventato banalmente di moda.

Quasi a sorpresa, arrivano un lusinghiero piazzamento nella classifica finale e il grande successo di classifica. "Spunta la luna dal monte" intitola poi un album che raccoglie il meglio della produzione recente del musicista di Sassuolo e che è uno degli album più venduti della musica italiana, tanto da ricevere il disco di platino.

Tra gli altri suoi successi "Sera di Gallipoli" e "Per dirti t'amo" (1976), "Maddalena" (1984) e "Una strada" (1989).
Il cantante e autore aveva contribuito anche al lancio del conterraneo Luciano Ligabue.

Tra le canzoni più famose e più belle si ricordano: "Eppure soffia", uno tra i primi esempi di canzone attenta ai temi dell'ecologismo, "Certi momenti", in cui Bertoli si schiera manifestamente perché le donne abbiano la possibilità di abortire, "Il centro del fiume", un metaforico e poetico confronto fra la generazione impegnata e quella successiva, oltre alle già citate "A muso duro", una riflessione in chiave autobiografica sul ruolo civile del cantautore, e "Filastrocca a motore".

Lo stile di Bertoli si contraddistingue per la sua immediatezza, nonché per i mai banali echi poetici che fanno della sua opera un esempio limpido della bontà della prima canzone d'autore italiana che ha ospitato artisti come Fabrizio De André, Francesco Guccini, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Francesco De Gregori.

Molte volte nelle canzoni canta contro la guerra o a favore dei più deboli. Nonostante gli spunti politici di molti testi, l'impegno di Bertoli si svolse principalmente sul piano civile.

Bertoli ha inoltre cantato molte canzoni in dialetto sassolese, prima raccogliendole in un CD (Sat vein in meint) e poi in altri album. Con tale operazione ha dimostrato coraggio, dato che questo dialetto risulta incomprensibile già a venti chilometri di distanza dal paese natale del cantautore e conta, quindi, un numero minimo di parlanti. Eppure, proprio in canzoni come "Prega Crest" (Prega nostro signore),"La bala" (dove "bala" significa, con doppio senso, sia "bugia" sia "ubriacatura"), è possibile cogliere in Bertoli una voce genuina della sua terra, "dura e pura" come si suol dire del popolo emiliano.

Poco prima di morire, Pierangelo Bertoli era ricoverato nel Policlinico della sua città, dove si era sottoposto ad un periodo di cure. Sposato con la moglie Bruna, una donna straordinaria che lo ha sempre sostenuto e guidato, ha avuto tre figli, Emiliano, Petra (alla cui nascita Bertoli aveva dedicato una canzone col suo nome) e Alberto, anche lui cantante.

Molto legato alla sua terra (il fratello gestisce un famoso ristorante a Sestola, sull'Appennino) era spesso impegnato in iniziative di solidarietà e beneficenza (aveva cantato anche per i detenuti del carcere di Sant'Anna a Modena e nella città estense nel giugno precedente aveva partecipato al Festival della canzone dialettale esibendosi in diversi brani in modenese.). Tra i suoi amici più cari c'era padre Sebastiano Bernardini, il cappuccino vicino alla Nazionale cantanti.

L'ultimo album, 301 guerre fa (composto da inediti e vecchie canzoni), è uscito poco prima della morte, mentre canzoni, scritte con la collaborazione del figlio (ma anche di Ligabue), non furono mai incise da Bertoli, nonostante fossero pronte, a causa della malattia del cantautore e della sua scomparsa.

Il 28 aprile 2006, a cura di Alberto, è uscita una raccolta, "Parole di rabbia", pensieri d'amore con un inedito," Adesso" (registrato nel 1990), ma pare che l'artista emiliano abbia lasciato altre canzoni incise precedentemente e mai pubblicate.

« Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro »

giovedì 6 dicembre 2007

Siamo scimpanzé cannibali

Da un articolo di Jane Goodall (etologa e antropologa britannica)

"Quando cominciai le mie ricerche sugli scimpanzé nel 1960, non avrei mai immaginato che 40 anni dopo sarebbero ancora continuate in modo tanto impetuoso. E invece gli studi al «Gombe National Park» proseguono ininterrotti, oggi con un team di scienziati e di assistenti, perlopiù tanzaniani. E proprio grazie a questo tipo di ricerche di lungo termine ora sappiamo che gli scimpanzé sono molto simili a noi, sia dal punto di vista biologico sia comportamentale.

Gli scimpanzé possono vivere per oltre 60 anni in cattività, sebbene allo stato selvaggio non superino i 45-50. Dimostrano una prolungata dipendenza dalla madre, poppando al seno, dormendo nelle sue braccia e giocando sulla sua schiena fino all’età di cinque anni. Si sviluppano legami forti, intensamente affettivi, tra i membri della stessa famiglia e durano tutta la vita.

L’anatomia del cervello dello scimpanzé e dell’essere umano è simile e gli scimpanzé dimostrano capacità intellettuali che un tempo si pensava fossero una nostra prerogativa. Dimostrano, inoltre, emozioni simili o identiche a quelle che definiamo felicità, tristezza, paura, dolore. Gli scimpanzé, poi, sono anche capaci di comportamenti altruistici. Un esempio toccante è la storia di Mel, che ha perso la madre quando aveva tre anni e non aveva fratelli o sorelle che potessero prendersi cura di lei. Incredibilmente, un maschio adolescente della comunità, Spindle, l’ha «adottata». Spindle portava a spasso Mel, condivideva con lei il suo cibo e la riportava al nido ogni sera. Fatto ancora più incredibile, proteggeva Mel dai maschi più anziani, rischiando anche di essere preso a botte, cosa che in effetti è successa.

E come gli esseri umani sono capaci delle peggiori brutalità così lo sono gli scimpanzé. Abbiamo assistito ad attacchi di tipo cannibalistico contro alcuni piccoli e sappiamo che gli scimpanzé praticano anche una sorta di guerra primitiva. Dal 1974 al 1977, a Gombe, gli esemplari di una comunità hanno sistematicamente ucciso quelli di un gruppo ribelle, in una serie di attacchi brutali che duravano tra 10 e 20 minuti. Le vittime erano individui con cui gli aggressori avevano giocato fino a poco tempo prima e che a volte avevano anche nutrito.

La differenza più evidente tra gli scimpanzé e gli esseri umani - secondo me - è che noi siamo le uniche creature che hanno sviluppato un linguaggio parlato altamente sofisticato. Gli scimpanzé non possono, per quello che sappiamo, dirsi l’un l’altro cose che sono accadute in un lontano passato, elaborare progetti per un futuro distante o, ancora, insegnarsi cose che non appartengono al presente.

Il nostro linguaggio (e la nostra mente) ci ha dato il potere di dominare le altre specie e di sottomettere la natura. E tuttavia non usiamo queste doti in modo saggio. Stiamo distruggendo il pianeta e molti animali - compresi gli scimpanzé - sono sull’orlo dell’estinzione. Un secolo fa, in Africa, erano circa 2 milioni. Oggi si stima che siano tra 184.300 e 221.600. In parte il declino è dovuto alla distruzione del loro habitat. Ma la minaccia maggiore è il «bushmeat trade», la caccia a fini commerciali per la vendita della carne.

Per centinaia di anni le popolazioni locali hanno vissuto in armonia con il mondo della foresta, uccidendo solo gli animali necessari per nutrire i villaggi. Ora, però, la caccia non è più sostenibile. Negli Anni 80 le società che sfruttano il legname hanno aperto vaste aree vergini delle foreste pluviali, consentendo ai cacciatori di penetrarvi e di colpire qualsiasi specie, dagli elefanti agli scimpanzé, fino alle antilopi, agli uccelli e ai rettili. La carne viene macellata e arrostita e portata nei mercati. Lì l’élite urbana è disposta a pagare molto, più che per un pollo o una capra. E’ una questione culturale. I cacciatori, inoltre, vengono pagati per procurare cibo ai tagliatori di legna. Queste attività commerciali impoveriscono la foresta e minacciano il futuro delle stesse comunità indigene.

Il «Jane Goodall Institute» è una delle Ong che fanno parte del «Congo Basin Forest Partnership»: grazie ai fondi del dipartimento di Stato Usa e dell’Ue cerca di bloccare il commercio della carne. Lavoriamo con altre Ong, con rappresentanti governativi, con agenzie internazionali e con il settore privato, comprese le società estrattive e quelle del legname. Tentiamo di educare e coinvolgere le popolazioni locali.

Se questi sforzi non andranno a buon fine, le grandi scimmie del bacino del Congo potrebbero estinguersi entro 15 anni. E se non avremo successo, quasi tutti gli straordinari animali dell’area scompariranno e la foresta si svuoterà. Non possiamo permetterci che accada. Sempre più persone hanno capito che le scimmie sono in pericolo e vogliono dare un aiuto. Il «Jane Goodall Institute» ha un network di sostenitori convinti, che vogliono lasciare un’eredità positiva ai figli e ai nipoti. Noi immaginiamo un futuro in cui le grandi scimmie vivano in pace, nel loro mondo intatto, senza la minaccia di estinzioni di massa. Sono convinta che si possa costruire un futuro del genere, ma solo se ciascuno di noi farà la propria parte, generando consapevolezza, diffondendo allarmi, sostenendo i gruppi che lavorano per le scimmie. Non c’è tempo da perdere."

giovedì 29 novembre 2007

Aiutiamo Diego!

Diego è un neonato nato prematuro.

La data presunta del parto era il 4 novembre, ma purtroppo la madre ha avuto una seria minaccia di aborto il 21 giugno.

Angela è stata immediatamente ricoverata, il parto era praticamente iniziato, è stata sottoposta a tutte le cure del caso, per fermare le contrazioni e tentare di salvare il bambino.

Dopo circa un mese di immobilità in ospedale non si è potuto più far niente per evitare la nascita del bimbo.

Diego è nato il 22 luglio 2007, dopo sole circa 26 settimane di gestazione.

Alla nascita pesava 660 gr. ed è stato sottoposto immediatamente a terapia intensiva; Diego non poteva respirare da solo nè alimentarsi e le speranze di vita erano poche.

Nelle settimane successive ha dovuto affrontare una serie infinita di problemi, tra cui una crisi respiratoria gravissima (era stato dato per spacciato), un intervento al cuore, due agli occhi, oltre ad una serie infinita di esami, cure, trattamenti di ogni tipo.

Purtroppo l'ossigeno che lo ha salvato dalla crisi respiratoria ha anche causato seri danni.

Finalmente ora Diego sta meglio, si alimenta e respira da solo e pesa quasi due kg.

Il problema ora non è salvargli la vita, ma salvare la qualità della sua vita.

Diego rischia la cecità .

Ai genitori è stata prospettata un'unica speranza: un intervento chirurgico d'avanguardia, attualmente possibile solo negli Stati Uniti, da effettuare assolutamente entro al massimo un mese, prima che la situazione diventi irreversibile.

Angela, la madre, è impegnata giorno e notte nell'accudire il piccolo, ancora più bisognoso dei neonati a termine, ed il padre, Daniele, sta facendo tutto il possibile per l'organizzazione del viaggio a Detroit, le pratiche sanitarie, i passaporti, i documenti, i contatti con il personale medico dell'ospedale di Ferrara che ha seguito Diego fino ad oggi, ecc.

Non sarà facile e soprattutto c'è poco tempo!

Stiamo cercando ora di aiutare i genitori del piccolo Diego a trovare i soldi necessari all'intervento.

La cifra esatta la sapremo tra qualche giorno, ma pare che si aggirerà intorno a 60.000,00 Euro.

E' stato aperto un conto corrente postale per permettere a chi lo voglia di fare una donazione di qualunque importo.

Il numero di conto corrente postale per qualsiasi donazione e': 85721371 da intestare a Daniele Spoglianti (il papa') oppure Angela Mengozzi (la mamma).

Vi ho raccontato la storia di Diego.Vi ringrazio di cuore per l'attenzione e per un eventuale donazione.

Di seguito i riferimenti dei genitori qualora vi servissero.

Angela e Daniele Spoglianti
Via Ripa, 148025 Riolo Terme (Ravenna)

martedì 27 novembre 2007

Un ex bambino-soldato nominato Ambasciatore UNICEF

In occasione del 18° anniversario dell'adozione della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia, lo scrittore ed ex bambino-soldato Ishmael Beah è stato nominato Youth Ambassador UNICEF per i bambini colpiti dalla guerra.
La nomina è arrivata dal Direttore generale dell'UNICEF, Ann Veneman, durante una cerimonia alla sede centrale dell'UNICEF di New York.

«Ishmael Beah parla a nome dei bambini e adolescenti che, in tutto il mondo, sono rimasti vittime durante la loro infanzia di violenze, privazioni, e altre violazioni dei loro diritti» ha detto Ann Veneman. «Ishmael rappresenta un eloquente simbolo di speranza per le giovani vittime di violenze, oltre che per coloro che lavorano per smobilitare e reinserire i bambini coinvolti nei conflitti armati.»

«Come bambino soldato, i tuoi diritti sono costantemente violati» racconta Beah, che è stato reclutato con la forza nella suo paese d'origine, la Sierra Leone, quando aveva soli 13 anni.

Due anni dopo, l'UNICEF negoziò con i signori della guerra il rilascio di Beah e di altri piccoli combattenti, inserendolo in un programma di riabilitazione. Alla fine, Beah riuscì a raggiungere New York e terminare gli studi.

Il suo diario d'infanzia, "A Long Way Gone", è diventato un best-seller internazionale e attraverso il libro, conferenze e dibattiti, ha fornito al mondo intero una migliore conoscenza della vita di un bambino soldato.

«Per molti osservatori, un bambino che non ha conosciuto altro che la guerra, un bambino per cui il kalashnikov è stato l'unico modo per sopravvivere e la giungla la migliore comunità che lo abbia accolto, è un bambino perso per sempre per la pace e lo sviluppo. Io contesto questa visione» ha affermato Beah. «Per il bene di questi bambini è essenziale dimostrare che un'altra vita è possibile.»

La nomina di Ishmael Beah coincide con il 18° anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia, un trattato internazionale creato per prevenire sofferenze come quelle che Beah ha subito.

Oggi è anche il giorno in cui la prima generazione di bambini nati dopo l'adozione della Convenzione ha raggiunto la maggiore età.

La Convenzione, approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU e aperta alla firma e ratifica degli Stati membri il 20 novembre 1989, stabilisce le regole fondamentali per una vita migliore per tutti i bambini, ed è l'accordo sui diritti umani più ratificato al mondo.

I diritti che la Convenzione sancisce includono il diritto alla sopravvivenza, il diritto a essere protetti da influenze dannose, da abusi e sfruttamento, e il diritto a partecipare pienamente alla vita familiare, culturale e sociale.

La Convenzione è diventata una misura universalmente accettata della responsabilità globale in tema di infanzia e uno strumento efficace per promuovere condizioni e circostanze che favoriscano la sopravvivenza e lo sviluppo dei bambini.


domenica 25 novembre 2007

Tutto casa e Chiesa

Barricata nel suo appartamento di via Giulia, dietro Campo de Fiori nel cuore di Roma, Nancy l’ha scampata ancora. L’ufficiale giudiziario che le ha notificato l’ennesimo avviso di sfratto è arrivato da solo, senza la forza pubblica. Le è andata bene. Stasera avrà un tetto sotto il quale dormire. Domani, chissà.
Nancy Elseberg è americana, ha 72 anni e una vita da cantante lirica alle spalle. Da oltre 40 anni vive a Roma, in un piccolo appartamento preso in affitto dal Pontificio Collegio Armeno, proprietario dell’intero stabile di via Giulia. In 40 anni Nancy non ha mai sgarrato. Ogni mese ha versato la somma dovuta. I preti armeni la sfrattano non per morosità, ma per finita locazione. Un appartamento al centro di Roma infatti è un tesoro inestimabile. Vale molto di più dell’affitto pagato ogni mese da Nancy. Per questo i porporati intendono cacciarla. Si chiama speculazione immobiliare.

Solo che stavolta a speculare non è un “palazzinaro” qualsiasi, bensì un ordine religioso che gode, come tutti gli enti ecclesiastici, dello sconto del 50% sull’Ires, la tassa sui redditi degli affitti. Nello stabile di via Giulia Nancy non è l’unica sotto sfratto. Uno degli inquilini, stremato dalle pressioni dei porporati, si è già trasferito. Non ne poteva più dell’incubo dello sfratto. L’unico a non avere problemi coi preti armeni è Roberto Sciò, titolare dell’albergo “Il Pellicano” a Porto Ercole. Singolare coincidenza: due appartamenti al piano terra, dopo anni lasciati sfitti, sono passati da poco all’Hotel “St. George”, a due passi dallo stabile di via Giulia. Una raffica di sfratti vaticani si sta abbattendo sulla capitale. A Roma Santa Sede ed enti ecclesiastici possiedono un palazzo su quattro. Chiese e luoghi di culto, certo. Ma anche alberghi, case d’accoglienza e appartamenti in affitto.

Il valzer degli sfratti è iniziato nel 2000 con la fine dell’equo canone. Oggi nella Capitale sono circa 35.000 le persone che rischiano la casa. Nel 2006 sono stati eseguiti circa 6000 sfratti. Non tutti, ovviamente, riguardano appartamenti del Vaticano. Il 15 ottobre, scaduto il decreto blocca sfratti, è tornato l’incubo. A Nancy è andata bene. Domani tocca a Nadia, invalida, sfidare la roulette russa dello sfratto. Lei vive col marito in un appartamento a ridosso del Colosseo. Il proprietario dell’immobile è il Collegio Maronita “Beata Maria Vergine”. Per cacciare Nadia i Maroniti hanno chiesto l’uso della forza pubblica. Giusto per illustrare che cosa s’intende per carità cristiana.


(Paolo Dimalio)

lunedì 19 novembre 2007

Muhammad Yunus

Muhammad Yunus (in lingua bengalese: Muhammod Iunus) è nato a Chittagong, il 28 giugno 1940. E' un economista e banchiere bengalese.
È ideatore e realizzatore del microcredito, ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali. Per i suoi sforzi in questo campo ha vinto il premio Nobel per la Pace 2006. Yunus è anche il fondatore della Grameen Bank, di cui è direttore dal 1983.

Yunus consegue la Laurea in Economia presso l’Università di Chittagong (Bangladesh) e in seguito il Dottorato di Ricerca in Economia presso l'Università Vanderbilt di Nashville (Tennessee, U.S.A.) nel 1969. È stato professore di Economia presso la Middle Tennessee State University, U.S.A., dal 1969 al 1972, quindi direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Chittagong (Bangladesh) dal 1972 al 1989.

Verso la metà del 1974 il Bangladesh fu colpito da una violenta inondazione, a cui seguì una grave carestia che causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Il paese è periodicamente devastato da calamità naturali e presenta una povertà strutturale in cui il 40% della popolazione non arriva a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri. Fu in quest'occasione che Yunus si rese conto di quanto le teorie economiche che egli insegnava fossero lontane dalla realtà. Decise, dunque, di uscire nelle strade per analizzare l’economia di un villaggio rurale nel suo svolgersi quotidiano. La conclusione che egli trasse dall'analisi fu la consapevolezza che la povertà non fosse dovuta all'ignoranza o alla pigrizia delle persone, bensì al carente sostegno da parte delle strutture finanziare del paese. Fu così che Yunus decise di mettere la scienza economica al servizio della lottà alla povertà, inventando il microcredito.

Il suo primo prestito fu di solo 27 dollari USA, che prestò ad un gruppo di donne del villaggio di Jobra (vicino all'Università di Chittagong), che producevano mobili in bambù. Esse erano costrette a vendere i prodotti del loro lavoro a coloro dai quali avevano preso in prestito le materie prime ad un prezzo da essi stabilito. Questo riduceva drasticamente il margine di guadagno di queste donne e le condannava di fatto alla povertà. D'altra parte, le banche tradizionali non erano (e non sono) interessate al finanziamento di progetti tanto piccoli che offrivano basse possibilità di profitto a fronte di rischi elevati. Soprattutto le banche non avevano alcuna intenzione di concedere prestiti a donne, tanto più se non potevano offrire garanzie.

Yunus e i suoi collaboratori cominciarono a battere a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per attuare iniziative imprenditoriali. Tale intervento ha avviato un circolo virtuoso, con ricadute sull'emancipazione femminile, avendo Yunus fatto leva sulle donne affinché fondassero cooperative che coinvolgessero ampi strati della popolazione.

Il "sistema Yunus" ha provocato un cambiamento di mentalità anche all'interno della Banca Mondiale, che ha cominciato ad avviare progetti simili a quelli della Grameen. Il microcredito è diventato così uno degli strumenti di finanziamento utilizzati in tutto il mondo per promuovere lo sviluppo economico e sociale, diffuso in oltre 100 Stati, dagli Stati Uniti all'Uganda. "In Bangladesh, dove non funziona nulla - disse una volta Yunus - il microcredito funziona come un orologio svizzero".

Nel 1976 Yunus fondò la Grameen Bank, prima banca al mondo ad effettuare prestiti ai più poveri tra i poveri basandosi non già sulla solvibilità, bensì sulla fiducia.
Da allora, la Grameen Bank ha erogato più di 5 miliardi di dollari ad oltre 5 milioni di richiedenti. Per garantirne il rimborso, la banca si serve di gruppi di solidarietà, piccoli gruppi informali destinatari del finanziamento, i cui membri si sostengono vicendevolmente negli sforzi di avanzamento economico individuale ed hanno la responsabilità solidale per il rimborso del prestito.

Con il passare del tempo la Grameen Bank ha realizzato soluzioni diversificate per il finanziamento delle piccole imprese. Oltre al microcredito, la banca offre mutui per la casa e per la realizzazione di moderni sistemi di irrigazione e di pesca, nonché servizi di consulenza nella gestione dei capitali di rischio e, alla stregua di ogni altra banca, di gestione dei risparmi.

Il successo della Grameen ha ispirato numerosi altri esperimenti del genere nei paesi in via di sviluppo e in numerose economie avanzate. Il modello del microcredito ideato dalla Grameen è stato applicato in oltre 20 Paesi in Via di Sviluppo: molti di questi progetti, come avviene per la Grameen stessa, sono imperniati soprattutto intorno al finanziamento di imprese femminili. Più del 90% dei prestiti della Grameen è infatti destinato alle donne: tale politica è motivata dall'idea che i profitti realizzati dalle donne siano più frequentemente destinati al sostentamento delle famiglie.

"One day our grandchildren will go to museums to see what poverty was like"

domenica 18 novembre 2007

Torino - 16.11.2007 - La brutta avventura in Italia di una rumena particolare

Laura Vasiliu è una giovane attrice rumena che ha colpito la critica internazionale con la sua interpretazione di “Gabita” nel film “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, del regista rumeno Cristian Mungiu, Palma D’Oro al Festival di Cannes 2007. Per aver dato vita a una fragile e innocente ragazza incinta e costretta ad abortire al tempo di Ceausescu è stata senz’altro apprezzata dal mondo cinematografico internazionale, visto che attualmente si trova a Torino per girare un film di produzione italiana.

Laura, sostenendo che la sua partecipazione al Festival di Cannes è stata un’esperienza incredibilmente felice per l’accoglienza del pubblico, non rappresenta assolutamente la classica stella cinematografica che si monta la testa dopo il primo successo al box-office. Anche questo fa capire perché la giovane attrice non vuole divulgare un brutto evento accaduto mercoledì, nel buio della notte.
L’attrice, che da tre settimane sta girando un film italiano sulla vita di un’immigrata rumena, la cui uscita nelle sale italiane è prevista per l’anno prossimo, alloggiava in un noto albergo torinese. Intorno alle 2 della notte del 14 novembre, l’attrice è stata violentemente svegliata da un gruppo di carabinieri torinesi che, dopo aver sfondato la porta della camera d’albergo, hanno iniziato a perquisire la stanza in cerca di prove che sostenessero la sua cattura, in quanto ritenuta pericolosa trafficante di minorenni, il tutto per colpa di una semplice somiglianza di cognome. I carabinieri si sono accorti dell’errore solo dopo aver perquisito la stanza, mentre stavano procedendo all’arresto dell’attrice. Solo la testimonianza telefonica dei rappresentanti della casa produttrice del film è riuscita a convincere i carabinieri a verificare ulteriormente l’identità dell’attrice, nonostante avesse contattato la reception dell’albergo, nella speranza, vana, che potessero testimoniare la sua reale identità.

Il Consolato rumeno di Torino ha registrato la brutalità dell’intervento dei carabinieri e ha deciso di avviare un’inchiesta interna, mentre l’attrice ha provveduto a cambiare albergo, continuando le riprese del film. L’attrice non desidera che si crei un altro caso mediatico, rinunciando anche a presentare denuncia contro la caserma dei carabinieri coinvolta nell’incidente. La madre della donna si lamenta dicendo di aver avvertito la figlia di non parlare in rumeno, data l’isteria generale che affiora in seguito agli ultimi fatti di cronaca che coinvolgono cittadini rumeni.
Per fortuna, stavolta c’era la casa di produzione a garantire l’integrità della donna e il Console rumeno a proteggere i suoi interessi, perché era un’attrice nota, almeno al Consolato. Ma cosa sarebbe successo se fosse stato un semplice lavoratore senza rapporti con il consolato e senza conoscenze “importanti” che facessero da garanzia? Il problema di fondo non è il fatto che i carabinieri abbiano agito sul sospetto di una trafficante di minori, ma il modo nel quale hanno scelto di condurre l’operazione, e soprattutto la serietà delle indagini, della ricerca e delle verifiche svolte prima dell’arresto.
Purtroppo notizie come questa sommergono la stampa rumena, creando timore e avversione verso gli italiani e cementando la percezione di xenofobia violenta degli italiani, visti sempre pronti a farsi giustizia anche dove non ce n'è bisogno. Speriamo che questi casi non diventino un portabandiera per rappresaglie in nome di una giustizia sbagliata intenta a ristabilire un falso equilibrio.


(Andreea Mihai)

martedì 13 novembre 2007

4 maggio 1949: un giorno, una storia

Questo giorno rimane alla memoria collettiva come giorno in cui scomparve uno dei motivi di rinascita della nazione Italia : la morte del Grande Torino.

Il Torino era appena andato in Portogallo per disputare un’ amichevole contro lo Sporting Lisbona.
Una partita nata perché il capitano dello Sporting Lisbona era amico di Ventino Mazzola.
Quella partita era la partita di addio al calcio da parte del giocatore portoghese.
Il Torino perde quella partita per 4-3 e Mazzola, pur febbricitante, non volle restare a casa.

Il volo di ritorno appare senza storia.

l’aereo utilizzato per il volo dei giocatori è un FIAT G12.
E’ un trimotore che era nato come aereo da trasporto merci durante gli ultimi mesi prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943. L’armistizio ne blocca la produzione.
Dopo la guerra e soprattutto dopo il trattato di Parigi del 1947 è uno dei pochi aerei che l’Italia può costruire.

Pur essendo un aereo di avanzata costruzione (l’accuratezza aerodinamica delle forme lo fa notare e la gondola del motore centrale ben raccordata con l’aereo) non dispone di radar per il volo cieco.
Questa sarà un grave mancanza che verrà pesantemente scontata.
L’aereo vola.

E’ a Barcellona. Fa uno scalo tecnico.

Allora gli aerei erano un po’ come le navi. Facevano frequentemente scalo per rifornimento e per controlli tecnici.
Sull’aereo non viene trovato nulla.
L’aeromobile riprende il volo.
A bordo si ride e si scherza.

Tutti sanno che ormai non sono lontani da casa.
C’è solo da sorvolare Genova e poi si torna a casa.
Appena l’aereo sorvola Genova, il primo pilota chiede all’aeroporto di Centocelle (l’aeroporto di Torino) sulle condizioni meteo.
Non vi sono buone notizie meteo per il pilota.

Il tempo è brutto. Vento forte e pioggia a raffiche riducono fortemente la visibilità nella zona.

Nonostante queste avverse condizioni meteo il pilota si avvicina alla città.
Cosa succeda ora non lo si sa bene.
Forse l’altimetro guasto, forse un errore di rotta.
L’aereo non è in zona aeroporto.
Ma dall’aeroporto non lo sanno.

Non c’è un radar. Non sanno che il pilota ha voluto cercare l’aeroporto cittadino piuttosto che cambiare aerodromo e trovarne uno più sicuro almeno sotto l’aspetto meteo.

Pochi minuti dopo le 17.
Un lampo squarcia il cielo oscurato di pioggia.
Un boato fa tremare la città.
Sono le 17.05.

Fiamme divampano dalla basilica di Superga che domina la città dall’alto dei suoi 700 metri sopra una collina.
I primi soccorritori trovano i resti delle valige degli atleti, ma ancora non comprendono cosa sia successo.

Poi un borsone sportivo.
Il colore granata li mette in allarme.
La scritta “A.C. TORINO” gela il sangue nelle loro vene.
Quegli oggetti, quelle valige appartengono a giocatori che sono a loro familiari.
Sono i giocatori della loro città.
E’ il Torino.

Un documento che fuoriesce da una valigia fa capire che non si sbagliano.
E’ la carta d’identità di Valerio Bacigalupo.
Comprendono che il loro amore calcistico, il simbolo della loro città, il segno di rinascita dopo una guerra rovinosa è infranto per sempre.
Un lutto terribile si abbatte sull’Italia.
L’Italia sportiva e non si ferma.
L’intera città di Torino fa atto di presenza ai funerali.
Le bare della squadra attraversano la città, che muta in lacrime, rimane ancora incredula di tale vicenda.
La notizia raggiunge il Portogallo.

Anche lì, come ovvio, la notizia ha clamore soprattutto visto che la squadra italiana aveva giocato nei giorni scorsi l’amichevole contro lo Sporting Lisbona.

Una grande squadra era scomparsa.
La nazionale italiana ne avrebbe pagato lo scotto nel Mondiale di calcio del 1950.
In più la paura di volare dopo tale incidente avrebbe portato la nazionale ad un viaggio in nave verso la sede dei Mondiali, si disputavano in Brasile, della durata di un mese.

In seguito la squadra venne dichiarata ad honorem Campione d’Italia e nacque così il mito del Grande Torino.


(Alessandro Farris)

domenica 11 novembre 2007

Emergency

Emergency è un'associazione italiana indipendente e neutrale.
Offre assistenza medico-chirurgica gratuita e di elevata qualità alle vittime civili delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà.
Emergency promuove una cultura di solidarietà, di pace e di rispetto dei diritti umani.

Emergency si dichiara neutrale rispetto alle parti in causa di qualsiasi conflitto: tutti hanno diritto a cure qualificate e gratuite. E' presente in Cambogia, Afganistan, Iraq, Sierra Leone, Sudan costruendo e gestendo ospedali per i feriti di guerra e per emergenze chirurgiche, centri per la riabilitazione fisica e sociale delle vittime di mine antiuomo e altri traumi di guerra, un centro per la maternità, posti di primo soccorso per il trattamento immediato dei feriti, centri sanitari per l'assistenza medica di base. Ultimo progetto il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan: un centro regionale che fornisce assistenza specializzata a pazienti affetti da malformazioni e patologie cardiache ai pazienti del Sudan e dei 9 paesi confinanti.

Il progetto è stato criticato da più parti per il fatto di costituire un'intervento scarsamente integrato in una realtà in cui mancano prima di tutto le strutture sanitarie di più elementare livello, e dove la cardiologia non costituisce la prima delle priorità. Secondo molti dei critici creare un ospedale di questo tipo costituisce, oltre che uno spreco di investimenti, anche una fonte di ingenti spese di mantenimento future a fronte di risultati marginali nel livello generale di benessere sanitario di questi paesi, dove anche i benefici di cure cardiache di buon livello rischiano di essere vanificati in gran parte da altri tipi di emergenza sanitaria non attualmente affrontati. Secondo la Ong, invece, una struttura di alto livello può aiutare ad innalzare gli standard di tutta l'area: la scienza medica ha sempre fatto progressi dall'alto, impiantando e sviluppando centri di eccellenza in grado di innalzare gli standard generali della sanità, formare personale, sviluppare la ricerca e tutti i servizi connessi. Curiosità, l'impianto di areazione e filtraggio dell'aria della struttura (necessario per la vicinanza al deserto) è interamente alimentato dal campo di pannelli solari più grande del continente, realizzato e ideato dallo staff di Emergency.

Emergency ha portato a termine i suoi programmi in Ruanda, in Eritrea, a Jenin in Palestina e a Medea, in Algeria, in Nicaragua e in Kosovo.
Emergency dichiara di pianificare i propri interventi basandosi soprattutto su due criteri fondamentali: l'effettivo bisogno della popolazione di assistenza medico-chirurgica specializzata, e la scarsità o mancanza di altri interventi umanitari analoghi nel Paese.

Emergency si occupa inoltre di formare il personale locale secondo criteri e standard di alto livello professionale, di attuare interventi umanitari di assistenza ai prigionieri in contesti connessi a situazioni di conflitto e di realizzare progetti di sviluppo e cooperazione nei paesi in cui opera. Oltre alla chirurgia di guerra, l'attività di Emergency si è estesa alla cura di malattie invalidanti quali la poliomielite, di malattie endemiche come la malaria, all'assistenza sanitaria di base, alla risposta a bisogni sociali estremi presenti nei luoghi dell'intervento medico-chirurgico. Emergency prevede, altresì, che gli interventi di carattere sanitario avvengano, oltre che per le guerre in corso, anche in situazioni di povertà.

Parallelamente agli interventi umanitari all'estero, l'attività di Emergency in Italia è finalizzata alla creazione e diffusione di una cultura di pace, questo lavoro è possibile grazie all'impegno sul territorio italiano di circa 200 gruppi (nel 2007) con un numero di circa 4000 volontari; ogni gruppo territoriale promuove nella propria zona incontri rivolti a sensibilizzare ed informare l'opinione pubblica sui temi della pace e della solidarietà: interventi nelle scuole di ogni ordine e grado, presenza con banchetti informativi e di raccolta fondi a mostre, concerti, spettacoli, partecipazione ad incontri e dibattiti con la propria testimonianza.

Curiosità:

-Si è svolta il 28 Ottobre 2006 la prima Giornata Nazionale di Emergency; l'associazione è stata presente in oltre 290 piazze italiane con banchetti e varie iniziative locali.
-Il centro chirurgico di Battambang (Cambogia) è intitolato a Ilaria Alpi.
-La corsia femminile dell'ospedale di Goderich in Sierra Leone è intitolato a "Via del Campo" in omaggio a Fabrizio De André. Il reparto pediatrico è dedicato al pilota Alberto Nassetti.
-Nel sud dell'Afganistan, a Lashkar-gah, il Centro chirurgico per vittime di guerra è intitolato a Tiziano Terzani.
-Dal 2002, ogni anno, oltre mille volontari dell'associazione si ritrovano in una città italiana che ospita l'"Incontro Nazionale di Emergency". Tre giorni in cui si tengono corsi formativi per i nuovi volontari e aggiornamenti per chi invece è già "pratico".
-Il 3 maggio 2007 è stato inaugurato il centro di cardiochirurgia a Khartoum (Sudan). Il centro si chiama SALAM, in arabo "pace".

http://www.emergency.it/

sabato 10 novembre 2007

L'Argentina dalla memoria lunga

Trentamila placche incastonate in cinque pareti. Oltre ottomila hanno già inciso nome e cognome: è il primo monumento alle vittime del terrorismo di Stato dell'America Latina, e l'Argentina lo ha inaugurato ieri, nel Parco della Memoria di Buenos Aires. Trentamila, come i trentamila desaparecidos ingoiati dalla dittatura degli anni Settanta. Trentamila come i cadaveri fatti sparire, molti dei quali gettandoli da aerei in volo e a decine proprio in quel fiume, il Rio de La Plata, ai piedi del quale nasce il monumento. Trentamila, come le famiglie straziate da un dolore che non lascia pace.

Le cinque stele, disposte su un prato in modo da dare, se viste dall'alto, l'immagine di una ferita aperta, sono grigie e sobrie, alte e imponenti. E saranno il luogo della memoria, l'unico dove poter allacciare quella “celeste (...) corrispondenza d'amorosi sensi”, che, per scomodare il Foscolo “spesso per lei si vive con l'amico estinto e l'estinto con noi”. Le migliaia di argentini martoriati dalla tragedia della desaparecion, finalmente, dopo 24 anni dalla fine della dittatura, hanno il sepolcro, l'ara sacra in cui materializzare un lutto che ha segnato una nazione.

A inaugurarlo, il presidente uscente, Nestor Kirchner, a braccetto del presidente entrante, la moglie, Cristina Fernandez. Con loro il capo del governo, Jorge Telerman, e buona parte del gabinetto nazionale. In prima fila, loro, le nonne e le madri di Plaza de Mayo, con il loro immancabile foulard bianco in testa. Loro, voce e coraggio dell'Argentina che chiede verità e giustizia. Ed è alla fine dell'impunità che il capo dello stato si è riferito nel suo discorso, esigendo che gli “ideologi civili” siano consegnati alla giustizia. Gli unici, finora, a essere stati processati e condannati sono "un sacerdote e un poliziotto, ma quando verranno giudicati i capi?”, ha incalzato Kirchner.

Per adesso, incisi, uno a uno, 8.917 nomi, ossia quelli che vennero denunciati ufficialmente. Ma le organizzazione dei diritti umani assicurano che il numero reale è quantomeno tre volte tanto e per questo la Commissione Pro Monumento alle vittime del terrorismo di stato ( di cui fanno parte Abuelas e Mades e molte altre associazioni) si è incaricata di continuare a raccogliere i nomi da immortalare sulla pietra di porfido. Gli organizzatori spiegano come la scelta di disegnarlo come una ferita ancora da rimarginare sia stata dettata dalla presa di coscienza dello “sforzo di cui necessita l'Argentina per arrivare a una società più giusta”, unica strada verso la guarigione.

“Abbiamo un luogo per ricordare i desaparecidos, assassinati e caduti in combattimento in questo paese”, ha dichiarato il fotografo Marcelo Brodsky della Asociacion Civil Buena Memoria, portavoce della Comissione – Vogliamo più giustizia, più celerità nel loro lavoro, più giudici, più testimoni, più condanne. È dovere dello Stato realizzare le indagini necessarie per identificare tutte le vittime che mancano all'appello, così da poter completare le ventimila placche ancora vuote”.
Una nuova tappa, dunque, verso il cammino della verità, compiuto dal governo Kirchner, che ne ha fatto il simbolo del suo mandato. La lotta affinché tutti i colpevoli vengano condannati è stata prioritaria ogni giorno del suo governo. E il coinvolgimento mostrato in tutta la cerimonia lo ha dimostrato. Di fronte al monumento ha cercato con il dito il nome del suo caro amico, Carlos Labolita: “Ventire anni”, ha sussurrato. Un presidente che, negli ultimi colpi di coda ufficiali del suo mandato, che però passando alla moglie avrà una continuazione naturale, si è augurato che Cristina continui sulla stessa linea e anzi faccia di più.
E' di questa settimana anche un altro atto fondamentale nella via verso la guarigione. Il presidente ha incaricato il ministro della Difesa Nilda Garré di trasmettere alle Forze Armate l'ordine di collaborare alla ricerca dei corpi di Roberto Mario Santucho, capo dell'Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP), e di Benito Urteaga, militante di questa organizzazione, entrambi uccisi nel luglio del 1976. Un ordine che, secondo quanto dichiarato dal ministro, cerca di “soddisfare la necessità di ricostruire i fatti”, allontanando ogni difficoltà “che impediscono la ricerca della verità e della giustizia”.

(da Peacereporter)

giovedì 8 novembre 2007

Emir Kusturica

Emir Kusturica (24 novembre 1954) è un celebre regista nato a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina.
Grazie a numerosi film acclamati in tutto il mondo, Kusturica è considerato uno dei registi più creativi del cinema degli anni '80 e '90.

Nato in una famiglia musulmana a Sarajevo, mostra subito la sua attitudine per il cinema realizzando già al liceo due cortometraggi. Frequenta la celebre accademia cinematografica FAMU Academy of Performing Arts di Praga dove si laurea nel 1977 con il cortometraggio "Guernica", che vince un premio al Festival Internazionale del cinema di Karlovy Vary. Dopo alcuni anni trascorsi alla televisione di Stato, debutta nel mondo del cinema nel 1981 con il suo primo film, "Ti ricordi di Dolly Bell?", che vince il Leone d'Oro al Festival di Venezia dello stesso anno.
La sua seconda pellicola, "Papà è in viaggio d'affari" (1985), vince la Palma d'Oro al Festival di Cannes, cinque premi in patria (una sorta di Oscar yugoslavi), e viene nominata per l'Oscar come "miglior film straniero". Nel 1989, riceve un'accoglienza ancora migliore per il suo film successivo, "Il tempo dei gitani", che offre uno sguardo penetrante e magico all'interno della cultura gitana e lo sfruttamento dei giovani.


Kusturica continua a girare film di grande successo, sia dal punto di vista del pubblico che da quello della critica, per tutto il decennio seguente. Il suo debutto "americano" avviene con la commedia surreale "Arizona Dream" (1993), al quale segue la "commedia-nera" vincitrice ancora della Palma d'Oro a Cannes "Underground" (1995), considerato da molti il suo capolavoro.
Nel 1998 vince il Premio speciale per la regia - Leone d'Argento a Venezia con il film "Gatto nero, gatto bianco", una commedia oltraggiosa e farsesca ambientata in un accampamento gitano sulla riva del Danubio.


In "L'amore che non muore" (2000), del regista francese Patrice Leconte, Kusturica, qui nella sua prima apparizione come attore, interpreta un ruolo con poche battute, ma che riesce a comunicare in maniera molto forte con il linguaggio del corpo e degli occhi.

Nel 2001 Kusturica dirige "Super 8 Stories", un tipico documentario on the road dedicato ad un concerto, pieno di materiale girato dietro le quinte, che offre una visone nuova ed estremamente divertente dell'evento.

In "Triplo gioco" (2002), diretto da Neil Jordan, Emir Kusturica appare nel ruolo di un chitarrista che suona sempre dei riff di Jimi Hendrix.

Nel 2004, Kusturica è stato onorato con il "Premio dell'Educazione Nazionale" per il suo film "La vita è un miracolo", considerato un vero e proprio mezzo educativo, per il quale sono stati creati e distribuiti nelle scuole dei CD-ROM con l'intenzione di facilitare l'analisi ed il dibattito sulla pellicola tra gli studenti. Kusturica è l'autore delle musiche del film, del quale è anche regista e sceneggiatore.


Kusturica è anche un grande appassionato di musica ed un ottimo musicista. È parte della No Smoking Orchestra, un gruppo fondato a Sarajevo nel 1980, nel quale, oltre a curare tutta la parte estetica e scenografica dei concerti, suona la chitarra elettrica e compone grande parte delle musiche e dei testi.


Emir Kusturica è celebre anche per i suoi forti e continui attacchi ai movimenti della destra ultranazionalista serba, come quando nel 1993 ha sfidato Vojislav Seselj a duello. Lo scontro avrebbe dovuto svolgersi nel centro di Belgrado a mezzogiorno, ma il leader del partito ultranazionalista si è rifiutato, dichiarando di non volere "essere accusato dell'omicidio di un filantropo".

Giochi senza frontiere « Attention...trois, deux, un...FIIIT! »

Giochi senza frontiere (in francese Jeux sans frontières, in inglese It's a knockout) è una trasmissione televisiva prodotta dall'European Broadcasting Union (EBU).

La prima edizione fu nel 1965 e, a parte l'intervallo tra il 1983 e il 1987, andò in onda ogni estate ininterrottamente fino al 1999. I giochi senza frontiere erano una sorta di Olimpiadi dove ogni nazione partecipante era rappresentata da una propria città che si sfidava in prove molto divertenti e particolari, con le città delle altre nazioni. Nel 1965 parteciparono Belgio, Francia, Germania Ovest e Italia e nel corso degli anni si avvicendarono in totale 20 nazioni.

In Italia il programma veniva trasmesso, dall'inizio fino al 1982 (anno in cui terminò la prima serie), dapprima sul "Secondo canale" della RAI, in seguito Rete Due, (dal 1971 al 1977 veniva condotto da Giulio Marchetti e da Rosanna Vaudetti) e poi, dal 1988, fu trasmesso su Raiuno. L'Italia ha vinto 4 volte: nel 1970, 1978, 1991 e 1999, ed è stata anche l'unica nazione sempre presente nelle edizioni ufficiali estive (30). Vennero disputate anche delle edizioni invernali. Questa trasmissione televisiva ha anticipato di anni il processo di avvicinamento dei vari paesi dell'Unione europea, in anni in cui non si parlava ancora dell'euro.

Il gioco consisteva in una serie di prove che le nazioni dovevano affrontare per guadagnare punti. Nelle prove in cui le nazioni si sentivano più forti potevano giocare il jolly, che faceva raddoppiare il punteggio totalizzato, mentre, a turno, saltavano una prova per giocare il fil rouge. Nel 1994 la squadra che non giocava "scommetteva" su un'altra ottenendo gli stessi suoi punti.

Fino al 1995 la trasmissione è stata itinerante: i Giochi venivano ospitati a rotazione dalle diverse nazioni partecipanti, cosicché di puntata in puntata i Giochi si svolgevano sempre in scenari diversi. Dal 1996 si è optato per una sede fissa: Torino nel 1996, Budapest nel 1997 (con finale però a Lisbona), Trento nel 1998, Isola di Capo Rizzuto nel 1999. Alla puntata finale di ogni edizione accedevano le squadre che per ciascuna nazione avevano ottenuto i risultati migliori nel corso delle puntate "eliminatorie". Ovviamente, essendo un programma dell'Eurovisione, a trasmetterla erano le tv affiliate, ma per la Svizzera la situazione è stata particolare: dal 1967 al 1982 tutte le tv SRG SSR idée suisse trasmettevano l'evento, nel 1992 invece li trasmise solo TSR (francese) e dal 1993 al 1999 TSI (italiana).

L'assenza dei Giochi dai palinsesti televisivi europei aveva causato in questi anni non poche proteste. In un'intervista del 2005 Ettore Andenna, storico conduttore per l'Italia, ha dichiarato: "La Rai ha ricevuto in una sola estate, l'anno dopo che erano finiti i Giochi Senza Frontiere, ben 7.000 lettere di telespettatori che rivolevano i giochi; e la Grecia, la Svizzera e la Slovenia vorrebbero ripartire". Ed effettivamente nel 2001 il programma sembrava sul punto di tornare dato che 6 nazioni erano disposte a partecipare (anche l'Italia, ma con lo spostamento da Raiuno a Raitre), poi è saltato tutto.
Anche all'estero l'assenza si è fatta sentire: in Slovenia, l'interesse per i Jeux è stato tale che la tv pubblica RTV di Lubiana, mandando in replica le registrazioni dei giochi degli anni passati, ha realizzato picchi di ascolti.
Il 20 luglio 2006, l'EBU aveva comunicato l'intenzione di riprendere le trasmissioni dei Giochi dopo un'assenza che durava dal 1999, e che era stato trovato un accordo per la produzione con la società Mistral: tuttavia, in seguito, alcuni problemi (in particolare di carattere finanziario) hanno bloccato l'edizione 2007, mentre si spera di poter organizzare quella del 2008. Ma i fan credono che la EBU non avrebbe accettato di riproporre il programma senza l'Italia, la nazione sempre presente.
Per la nuova edizione, si parlava di otto puntate più quella finale: ogni puntata si sarebbe dovuta comporre di cinque giochi, più il classico fil rouge e che le squadre avrebbero potuto utilizzare un jolly ciascuna. L'Italia, unica nazione sempre presente, era in trattativa per la partecipazione (e secondo indiscrezioni avrebbe indossato il colore bianco). Inoltre 2 comuni, Rosolina e Catania, avevano scritto alla RAI proponendosi come città ospitante nel caso la EBU optasse per la sede fissa come nelle ultime 4 edizioni.

Il 26 dicembre 1990, si svolse a Macao, allora colonia portoghese (tornata alla Cina nel 1999), una puntata speciale dei Giochi: la città infatti, viste le sue origini europee, rivendicava il proprio diritto all'organizzazione. Ettore Andenna e Feliciana Iaccio presentano la puntata per l'edizione italiana; in quest'occasione partecipano Jaca (Spagna), Trogir-Traù (RSF Jugoslavia), San Marino (San Marino), Guimaraes (Portogallo), Bergamo (Italia), Macao (Macao). La puntata venne vinta a pari merito da Bergamo e Trogir con 46 punti; seguirono, ancora a pari merito per il terzo posto, San Marino e Guimaraes con 34 punti, Jaca con 30 ed ultima Macao, organizzatrice dei Giochi, con soli 20 punti.
Oltre a questa si sono spesso organizzate puntate speciali per ricordare qualcosa che avesse a che vedere con la trasmissione.
Inoltre negli anni '80 e '90 si sono svolte alcune edizioni invernali di JSF (Giochi sotto l'albero, Questa pazza pazza neve) le quali erano ovviamente ambientate in località montane; l'ultima è del 1992 con Italia, Francia, Svizzera (quella italiana), e Cecoslovacchia (ma con soli paesi della parte ceca): vinse la ceca Novo Mesto Na Morava.

La trasmissione ha sempre avuto un carattere ludico di programma di intrattenimento. Aveva, però anche l'ambizione di avvicinare i popoli del continente europeo. Curiosamente, negli anni novanta le squadre partecipanti erano tra le altre quelle di Malta, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovenia, tutti paesi successivamente entrati nell'Unione europea.
È molto significativo che quando, su proposta di Ettore Andenna, divenuto eurodeputato, il Parlamento Europeo ha emanato una direttiva comunitaria sulla televisione, ha dato come titolo Televisione senza frontiere, chiaro ricalco del titolo della trasmissione.

lunedì 5 novembre 2007

Tommy Smith: un nero con il pugno alzato

Appena la bandiera a stelle e strisce iniziò ad osccillare nel vento di quell’estate messicana, Tommie Smith e John Carlos rimasero in piedi sul podio, con le loro medaglie al petto (per la cronaca, una era fatta d’oro ed una di bronzo), abbassarono le loro teste, ed alzarono un pugno, il destro Smith, il sinistro Carlos, pugni evidenziati dai loro guanti di cuoio nero…

Thomas Smith, meglio conosciuto come Tommie, nacque il 5 giugno del 1944, settimo di dodici figli.
Da piccolo, dopo essersi salvato da un terribile attacco di polmonite, iniziò a lavorare nei campi di cotone; poi, visto che il ragazzo era determinato ed amava lo studio, seguì l’università, dove ottenne due lauree e (visto che il ragazzo amava correre, ed era determinato...) tredici record universitari nell’atletica leggera.

E’ stato uno dei più grandi sprinter dell’atletica leggera, Tommie Smith, tra i più forti di sempre nei 200 metri, specialità con cui trionfò nelle olimpiadi di Mexico City, nel 1968, con il tempo record di 19.83 secondi.

E' a questo punto, poco dopo il record, che la storia di Tommie esce dai confini dell'attività sportiva.

La sua premiazione divenne uno dei più grandi simboli per immagini di tutto il XX secolo, e si trattò senza dubbio della cerimonia di medaglia più popolare di tutti i tempi, nonché un momento fondamentale per movimento di diritti civili.

Ad accompagnare Tommie Smith nella Storia, il suo collega ed amico John Carlos, medaglia di bronzo nella stessa gara.

Smith disse più tardi a chi lo intervistò che il suo pugno destro, dritto nell’aria, rappresentava il potere nero in America, mentre il pugno sinistro di Carlos rappresentava l’unità dell’America nera.

Con i loro pugni alzati, lì su quel podio olimpico, Tommie Smith e John Carlos comunicarono al mondo intero la loro solidarietà con il movimento del black power, che in quegli anni lottava aspramente per i diritti dei neri negli Stati Uniti.
In maniera non violenta i due stavano attuando quella disobbedienza civile che era stata auspicata da Martin Luther King (morto poco prima delle Olimpiadi)... i loro occhi rivolti verso il basso (e non verso la bandiera americana), insieme al loro pugni foderati di cuoio nero, suscitarono enorme scalpore e polemiche.

Un gesto silenzioso che scavò dentro molte coscienze.

Questo gesto di portata mondiale spinse Tommie Smith nella ribalta come portavoce dei diritti umani, attivista, e simbolo dell'orgoglio afro-americano africano, a casa ed all'estero. Smith ha poi vissuto anche una discreta carriera come un allenatore, educatore e direttore sportivo.
Ma torniamo a quelle olimpiadi del '68.
Il movimento dei diritti civili non aveva fatto molta strada nel tentativo di eliminare le ingiustizie subite dai neri d’America, e per attirare l'attenzione pubblica sulla questione, verso la fine del 1967, alcuni atleti neri avevano dato vita all’Olympic Project for Human Rights, OPHR, al fine di organizzare un boicottaggio alle olimpiadi che si sarebbero tenute l’anno successivo a Città del Messico.
Il leader del progetto era il dottor Harry Edwards.

Edwards, pur appoggiato da Smith e da altri, non riuscì però a convincere gli atleti neri della nazionale olimpica a partecipare al boicottaggio. I due atleti sfruttarono quindi il palcoscenico offerto dalla premiazione per rovinare la festa ai connazionali ed al mondo, almeno un po'.

L’altro atleta, quello bianco con la medaglia d’argento, prese a suo modo parte all’evento: portava sul petto un piccolo distintivo, c’era scritto OPHR.
La provocazione era completa.
Il nome di quell’atleta è Pietro Norman, la nazionalità australiana.

Un temporale di oltraggi fu quello che li investì: per vilipendio alla bandiera ed ai Giochi Olimpici furono espulsi dalla squadra nazionale e banditi dal villaggio olimpico.

Eppure la loro leggenda era già iniziata, visceralmente legata, come molti fatti del novecento, ad una immagine, una fotografia.

(Matteo Liberti)

sabato 3 novembre 2007

La pericolosa china

Quando meno di un mese fa in Germania a Maurizio Pusceddo, condannato per lo stupro di una giovane tedesca, sono state riconosciute le attenuanti generiche dovute “alle particolari impronte culturali ed etniche” l'Italietta insorse. “Una grave offesa per la patria”, si disse. Oggi l'Italietta insorge contro i rumeni e contro i Rom, che per le particolari impronte culturali ed etniche sarebbero portati alla violenza, al furto, allo stupro, e a tutte le nefandezze possibili e immaginabili.

Sessant'anni fa l'Italietta, a ruota dell'alleato germanico, insorse contro gli ebrei, colpevoli per le “particolari impronte culturali ed etniche”, di ogni disgrazia sociale ed economica che toccava in sorte al mondo.
Perché oggi non c'è più nessuno che insorge quando l'imbecillità, la meschinità, la sopraffazione tornano a prendere piede?

Il nostro Paese, da Rauti a Grillo, ha imboccato una china pericolosissima, che ci ha di fatto riportato ai periodi più neri e bui della storia, almeno stando ai titoli e ai commenti di troppa parte dell'informazione italiana.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo: a produrre questi mostri è la cultura della guerra, della sopraffazione, del vedere nell'altro un nemico, nell'aver bisogno di un nemico per spiegarsi la realtà. Una cultura che purtroppo i governi di quasi tutti i paesi occidentali hanno scelto di ergere a modello. Ma la cultura della guerra è il sonno della ragione.

P.S. In serata, la notizia della squadraccia che, a Roma, ha quasi linciato tre persone, colpevoli di essere cittadini romeni. E subito, le lacrime di coccodrillo dei politici che fino ad un'ora prima facevano a gara a chi è più feroce con gli immigrati. Riusciremo mai più a tornare un Paese civile?

(Maso Notarianni)

domenica 28 ottobre 2007

Goran Bregović: "E' sempre meglio una banda gitana, magari stonata, di una 'Madame Butterfly' imbalsamata dalla routine".

Goran Bregović è nato a Sarajevo il 22 marzo 1950, è uno fra i più noti musicisti e compositori dei Balcani.
Bregović è nato a Sarajevo da padre croato (e membro dell'Esercito popolare jugoslavo) e madre serba. Dopo il divorzio dei genitori, visse assieme alla madre nella zona a predominanza musulmana di Sarajevo, entrando in questo modo a contatto con tutte e tre le culture e nazionalità che formavano (e formano) la Bosnia-Erzegovina.

Iniziò a studiare il violino presso una scuola musicale della sua città, ma ne fu in seguito espulso per mancanza di talento. La madre di Bregović decise allora di regalare al figlio una chitarra. In seguito, Bregović stava per essere iscritto alla scuola delle belle arti di Sarajevo, ma rinunciò a causa dell'opposizione dello zio, che considerava la scuola "piena di omosessuali". Si iscrisse così ad un istituto tecnico e come compensazione la madre gli permise di tenere i capelli lunghi. In questo periodo si unì alla band scolastica Izohipse, nella quale suonava il basso.

Dopo poco tempo venne tuttavia cacciato anche da questa scuola, a causa del suo cattivo comportamento (sembra che avesse causato un incidente con una mercedes di proprietà dell'istituto). Si iscrisse così ad un liceo cittadino, entrando a far parte come bassista del gruppo Beštije. Raggiunta l'età di sedici anni, la madre gli permise di andare al mare da solo, dove si mantenne suonando musica folk in un bar di Konjic, ma lavorando anche nell'edilizia e come distributore di quotidiani.
A un concerto dei Beštije venne notato da Željko Bebek, che lo invitò a suonare il basso nel suo gruppo Kodeksi. Nell'estate del 1969 il gruppo lavorò in un famoso hotel di Ragusa/Dubrovnik, intrattenendo i numerosi turisti presenti sulla costa dalmata. Concluso questo periodo, vennero invitati a suonare in un night club di Napoli. Bebek e Bregović accettarono l'invito, ma persero in seguito l'impiego a causa del cambio che imposero al loro repertorio musicale, meno folk e più moderno, non gradito al padrone del locale. Decisero comunque di rimanere a Napoli, dove continuarono a suonare la musica che preferivano. Nei mesi successivi il gruppo Kodeksi subì dei cambiamenti, e Bregović passò a suonare non più il basso ma la chitarra.

Nel 1970 Kodeksi era formato dai seguenti componenti: Goran Bregović, Željko Bebek, Zoran Redžić e Milić Vukašinović; tutti in seguito faranno parte dei Bijelo Dugme. In quegli anni il gruppo era fortemente influenzato, soprattutto per opera di Vukašinović, dalla musica dei Led Zeppelin e dei Black Sabbath. Verso la fine del 1971 il cantante Željko Bebek lasciò il gruppo. Nello stesso periodo arrivarono a Napoli la madre e il fratello di Bregović, con l'obiettivo di far tornare la band a Sarajevo.

Nell'autunno del 1971 Bregović si iscrisse all'università, decidendo di studiare filosofia e sociologia, studi che però abbandonò presto. Nel frattempo Milić Vukašinović era partito per Londra; Bregović e Redžić iniziarono a suonare in un altro gruppo, Jutro (Mattina). Jutro in seguitò subì alcuni cambiamenti e dal 1 gennaio 1974 cambiò il nome in Bijelo Dugme.

Il leggendario gruppo rock Bijelo Dugme (Bottone bianco) divenne indiscutibilmente il gruppo più famoso nella Jugoslavia degli anni settanta e ottanta.
Dopo lo scioglimento del gruppo (1989) Bregović divenne conosciuto internazionalmente per la composizione delle colonne sonore di numerosi film. Il suo primo progetto fu Il tempo dei gitani di Emir Kusturica (1989), che ottenne grande successo di critica e pubblico sia per la pellicola che per la colonna sonora. La collaborazione tra Bregović e Kusturica continuò e Bregović compose la musica del film successivo, Arizona Dream (1993). Le canzoni vennero cantate da Iggy Pop.

Uno dei maggiori progetti successivi fu la musica maestosa e con toni rock di La regina Margot, diretto da Patrice Cheraeau. Il film vinse due premi al Festival di Cannes (1994).
Ancora maggiore fu il successo di Underground di Kusturica, Palma d'Oro a Cannes (1995).

La musica di Bregović deriva da temi zigani e slavi meridionali ed è il risultato della fusione della tradizionale musica polifonica popolare dei Balcani con il tango e le bande di ottoni.

Nel 2000 ha registrato un album, Kayah i Bregović (Kayah e Bregović), con la popolare cantante polacca Kayah, che ha venduto più di 650.000 copie in Polonia.
Nel 2005 ha preso parte ai 3 grandi concerti d'addio dei Bijelo Dugme a Sarajevo, Zagabria e Belgrado.
Il 24 gennaio 2007 ha suonato con la Wedding and Funeral Band al Crazy Live Music, una serie di concerti gratuiti organizzati in occasione dell'Universiade invernale 2007 in Piazza Vittorio Veneto a Torino.

Attualmente Bregović vive a Parigi con la moglie Dženana Sudžuka e le loro tre figlie Ema, Una e Lulu. Ha inoltre un'altra figlia, Željka, concepita ai tempi dell'università con una ballerina di un night club di Sarajevo. Ha un fratello, Predrag, che vive a New York.

venerdì 26 ottobre 2007

Sull'amicizia

E un adolescente disse: « Parlaci dell'Amicizia ».

E lui rispose dicendo:
« Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. E' la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.

E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore: Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.

Quando vi separate dall'amico non rattristatevi: La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura. E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.

Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.

Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte? Cercatelo sempre nelle ore di vita. Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia. Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.»


Kahlil Gibran

martedì 23 ottobre 2007

In attesa di espulsione

Da due mesi sono rifugiati in un bosco, nel monte di Ceuta (enclave spagnola).Sono trentotto giovani, originari del Bangladesh. Non hanno acqua, né cibo, né accesso ai servizi igienici. Nessuna associazione li aiuta. Secondo il governo, e anche qualche Ong, “hanno abbandonato, di loro volontà un centro dove ricevevano tutti i servizi essenziali”. In realtá cercano di sfuggire a un’espulsione quasi sicura. La loro storia non è delle piú drammatiche, nessuno ci ha lasciato la pelle, però il dolore, silenzioso, è di quelli che segnano una vita. Trentotto vite.

Questa fuga è cominciata lo scorso 18 agosto: nel ‘centro d’accoglienza temporanea per immigranti’ (Ceti) dove alloggiavano, si sparge la notizia dell’imminente arrivo del console del Bangladesh. Compito del funzionario: effettuare il riconoscimento dei suoi connazionali, tutti senza passaporto, e dare il via libera all’espulsione. I bengalesi scappano e si nascondono nel bosco. Molti di loro erano arrivati in Spagna piú di due anni fa: le loro mete erano Madrid, Barcellona, Bilbao, non questa disgraziata enclave spagnola in territorio marocchino. Per pagare i 6/7mila euro del viaggio si erano indebitati con le mafie di turno, avevano ipotecato le case dei genitori. Le inondazioni delle scorse settimane ne avevano distrutte alcune. La fuga dal loro paese (quasi tutti hanno chiesto asilo politico, che è stato loro negato) era cominciata passando dall’India, poi da lí – con qualche variante – Mali, Mauritania, deserto del Sahara (“abbiamo viaggiato a piedi per giorni interi, senza mangiare né bere” raccontano), Algeria, infine Marocco. Molti di loro erano entrati a Ceuta sul sedile posteriore di una moto d’acqua, di notte, scaricati su un una spiaggia, senza bagaglio né documenti. Appena arrivati, avevano ricevuto un ordine di espulsione e l’obbligo di non abbandonare la cittá.

Ceuta è una cittadina tre volte piú piccola di Pavia, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 30 percento. I bengalesi si guadagnavano la vita nei posteggi dei supermercati, tre quattro euro al giorno, quando andava bene, per poter chiamare a casa e dire va tutto bene, chissá forse la settimana prossima ci portano nella peninsula, magari, ojalá. Intanto dal centro di permanenza temporanea passavano centinaia di persone: quando la struttura si riempiva, l’amministrazione organizzava viaggi alla peninsula, i migranti venivano messi in libertá, sebbene con un ordine di espulsione pendente. É il massimo che potevano ottenere. Lo scorso luglio avevano detto loro di prepararsi, “domani si parte”. Il giorno dopo si era bloccato tutto: “Problemi con Madrid”, aveva detto la polizia.

Su quali siano questi “problemi con Madrid”, le associazioni che si stanno occupando del caso (pochissime, perché tutte le altre associazioni e Ong danno la battaglia per persa e quindi se ne disinteressano), hanno qualche idea: “Sospettiamo che li stiano utilizzando come moneta di scambio nelle negoziazioni tra il governo spagnolo e quello bengalese per aprire un’ambasciata spagnola in Bangladesh”, dice Marina, del collettivo Binario Clandestino. Secondo questa versione, il governo spagnolo chiederebbe a quello del Bangladesh la firma di un accordo definitivo per eseguire automaticamente le espulsioni dei suoi cittadini. In cambio, aprirebbe un’ambasciata in Bangladesh. Accordi definitivi sulle espulsioni la Spagna li ha giá firmati con vari paesi, tra cui Marocco, Senegal e Nigeria. Le associazioni in difesa dei diritti umani denunciano che il governo spagnolo starebbe dando denaro sotto banco (o ‘travestito’ da altro) ai governi che ricevono gli indesiderati e che, addirittura, alcuni paesi starebbero accogliendo nelle proprie frontiere cittadini di altre nazionalitá.

I trentotto bengalesi resistono. “Non hanno nessuno spirito di ribellione, sono spaventati, la situazione peggiora di giorno in giorno, piove sempre piú frequentemente, non so quanto possano resistere” ci racconta Pepa, una suora che ha visitato l’accampamento. “Molti di loro non smettono di piangere, hanno poco piú di vent’anni”. Se fossero nati qui sarebbero considerati degli adolescenti. Nati in Bangladesh, sono piú semplicemente dei clandestini in attesa di espulsione.

(da Peacereporter)